
Questo testo racconta alcuni momenti della spasseggiata fantasiologica, un’esperienza che, per essere capita fino in fondo, bisogna fare. La spasseggiata si svolge con il corpo e con la mente, nel tempo e nello spazio di un piccolo paese. Tra queste parole mancano le strade, le luci, i rumori, le persone, le distanze fra una cosa e l’altra. Manca, insomma, il paese intero. Partiamo, allora, tenendo a mente questa premessa.
Il 18 ottobre 2026, a Villa Santa Croce, frazione di Piana di Monte Verna, in provincia di Caserta, abbiamo trascorso due ore e mezza a osservare un paese che si può attraversare a piedi in meno di dieci minuti. Com’è possibile? Abbiamo camminato più lentamente o c’era qualcos’altro da fare, da scoprire?


Quando siamo in un luogo, riconosciamo le strade, le case, le insegne e gli oggetti che ci aiutano a orientarci. È un sistema indispensabile ed efficiente. Ma ha un inconveniente: a forza di riconoscere le cose, finiamo per non guardarle più. La spasseggiata fantasiologica, promossa dall’azienda agricola La Sbecciatrice, dal Festival Fantasiologico e dalla Resistenza contadina, parte da qui. Non vuole raccontare un paese diverso da quello che è, renderlo più attraente o attribuirgli qualità che non possiede. Vuole capire quante informazioni, relazioni e possibilità restino fuori dal nostro campo di attenzione, anche quando siamo convinti di aver già visto tutto. O, al contrario, quando attraversiamo un posto per la prima volta e diciamo: «Qui non c’è niente».
Per farlo, la spasseggiata usa la fantasia e l’immaginazione come strumenti di conoscenza e di approfondimento teorico e pratico. Lo fa partendo da operazioni linguistiche, numeriche e artistiche progettate per il luogo e per la specifica spasseggiata. Siamo abituati a mettere la fantasia dalla parte dell’evasione e la conoscenza da quella della verifica. La spasseggiata prova a superare questa separazione. Fantasiare non significa attribuire significati arbitrari alle cose, ma partire da ciò che si osserva, costruire relazioni, formulare ipotesi e verificare che cosa regge e che cosa no. Non tutto quello che immaginiamo trova conferma, ma ciò che ancora non sappiamo riconoscere non è necessariamente privo di interesse.

La giornata è cominciata nella stalla degustazione della Sbecciatrice. I primi materiali da interrogare sono stati la data, 18 10 2026, e il nome dell’azienda. Con i numeri e un gioco che mi piace fare, la data ha raccontato, secondo le regole dell’operazione numerica, che di lì a poco avremmo fatto un’esperienza in 4D (“4D” è l’informazione emersa proprio dalla data). Il nome dell’azienda è stato invece scomposto e ricomposto con un anagramma e poi con Kinetica, un’app fantasiologica che ho ideato per l’occasione con l’intelligenza artificiale per esplorare i gesti del mondo contadino, come l’aratura, la semina e la raccolta. Da Kinetica nasce anche un rompicapo realizzato con materiali di riciclo, che aiuta a raccontare il metodo da cui quegli stessi gesti nascono.
Ogni spasseggiata è preceduta da settimane di sopralluoghi, studi e progettazione. È un periodo in cui si intrecciano discipline diverse per individuare gli elementi che ritengo significativi e che possono raccontare le qualità del luogo da altri punti di vista. Gli esercizi e le riflessioni, quindi, non sono pensati per funzionare ovunque: nascono per Villa Santa Croce, per la giornata del 18 ottobre 2026, in relazione agli oggetti, alle attività e alle produzioni che si possono osservare sul territorio.

Durante la passeggiata abbiamo incontrato stradine, case, campi, edicole votive, insegne, sportelli dei contatori, maniglie e molto altro. Ci siamo persino cimentati in esperienze multisensoriali (il 4D, ricordate?): dal «percepire» le pecore e l’olio fino a esplorare con il tatto una parete, trasformandola in una scoperta narrativa e una sorta di sessione (immaginaria?) di free climbing.

Di fronte a un oggetto, di solito chiediamo che cosa sia. Una maniglia è una maniglia: una volta riconosciuta, può essere archiviata mentalmente e lasciata al suo posto. Ma possiamo domandarci anche che cosa faccia, quali relazioni stabilisca, quali possibilità suggerisca. In che modo, poi, entra in relazione con la nostra mano e il gesto contadino, visto nella stalla con l’app Kinetica. L’oggetto resta quello che è, ma comincia a dirci qualcosa di più. Può suggerirci persino l’idea del mare, che dal Monastero si ammira in lontananza, ma che, sorprendentemente, possiamo ritrovare anche lì, in un vicolo, senza volgere lo sguardo all’orizzonte!
La fantasia introduce una rottura nell’abitudine. Con la composizione e la scomposizione delle informazioni, propone regole per osservare una forma secondo una proprietà inattesa, trasformare un nome, mettere un oggetto in relazione con un numero. Queste operazioni ci chiedono di cambiare prospettiva e di farlo insieme.

La fantasia che adottiamo durante la spasseggiata non vuole allontanarci dal luogo in cui siamo, né produrre sguardi astratti e poco funzionali al luogo stesso. Al contrario, ci permette di costruire relazioni logiche, razionali, a partire da ciò che osserviamo. È qui che entra in gioco una parola semplice, ma decisiva: «anche», cuore pulsante della fantasia e dell’immaginazione perché permette di aggiungere relazioni senza necessariamente cancellare quelle già esistenti. Una cosa può essere ciò che sappiamo che è e, anche, entrare in una relazione che non avevamo ancora considerato. È in questo scarto che possiamo scoprire qualcosa di nuovo, di diverso.

Allora, per noi che spasseggiamo, l’esercizio della fantasia non costruisce castelli in aria, ma diventa una pratica concreta di analisi e di attraversamento logico. Serve, soprattutto, a rompere l’abitudine. Vediamo ciò che sappiamo già vedere e diciamo ciò che sappiamo già dire. La fantasia che frequenta la nostra spasseggiata interrompe questo automatismo e rende condivisibili intuizioni e idee che altrimenti resterebbero private.
Per attivare questa funzione della fantasia, prendo in prestito il nome dell’azienda stessa, La Sbecciatrice, e perciò «sbecciare lo sguardo» significa, per noi, togliere qualche scheggia alle interpretazioni già pronte, per vedere che cosa emerge. Spasseggiamo non per allontanarci dalla realtà, ma per costruire altri punti di (s)vista sulla realtà del territorio.
Durante la spasseggiata sperimentiamo anche il gioco del fare finta, un’altra qualità della fantasia e dell’immaginazione: una pratica che non deve necessariamente produrre subito qualcosa di utile o di tangibile. Non tutti gli esercizi devono diventare un oggetto, un materiale didattico, un gioco o una spiegazione dimostrabile. La fantasia esplora possibilità; l’immaginazione contribuisce a dar loro forma. Entrambe allenano l’attenzione e mettono in circolazione ipotesi e configurazioni. Il gioco del fare finta, il necessario gioco del fare finta, diventa così una fase della conoscenza: uno spazio in cui provare possibilità e forme senza doverle trasformare immediatamente in risultati.
Dunque, fantasia e immaginazione come strumenti di conoscenza; come interruzione dell’automatismo; come “anche”, che dimostra una logicità possibile, una concretezza inesplorata, una configurazione inaspettata; come facoltà che opera su ciò che l’oggetto è e fa; come gioco del fare finta; come pratica collettiva e condivisa.

Villa Santa Croce, come molti paesi, ha difficoltà legate alla scarsità di servizi, alle chiusure, allo spopolamento e alla limitata offerta culturale. L’immaginazione non serve a trasformare queste condizioni in un racconto rassicurante, ma a evitare che diventino l’unica interpretazione possibile. «Qui non c’è niente» è un giudizio che può sembrare una constatazione. Eppure possiamo metterlo alla prova, non per dimostrare a tutti i costi il contrario, ma per capire che cosa intendiamo quando diciamo niente. Chi arriva a Villa Santa Croce per la prima volta può trovarvi un luogo tranquillo e raccolto, ma anche avvertire il disagio della mancanza di servizi e di occasioni culturali. La spasseggiata non nega questa impressione: mostra che è parziale. Ci ricorda che conoscere un territorio dipende anche dalla qualità delle domande che sappiamo formulare, non soltanto dal numero di attrazioni che offre.
Un paese non deve diventare una meta turistica, né essere celebrato, per meritare di essere studiato. Può essere osservato a partire da ciò che già possiede: forme architettoniche, produzioni agricole, pratiche quotidiane, segni della memoria, paesaggi. Alcune possibilità aspettano di essere riconosciute, altre devono ancora essere costruite. La spasseggiata fantasiologica cerca opportunità e progetta strumenti, giochi e riflessioni per individuarle, formularle, valutarle e realizzarle. La stessa spasseggiata fantasiologica è un’opportunità che si realizza: un’esperienza che prende forma dall’osservazione, dal gioco e dalla ricerca condivisa.

Quando spasseggiamo facciamo anche un’esperienza collettiva. I partecipanti osservano, propongono interpretazioni e le discutono ad alta voce. Non è una gara a chi ha più fantasia, immaginazione o creatività. Ascoltare gli altri significa riconoscere che il proprio sguardo non è completo: qualcuno può aver notato un dettaglio sfuggito a tutti gli altri, oppure aver formulato una domanda capace di cambiare il percorso della ricerca.
A Villa Santa Croce, il 18 ottobre 2026, la fantasia, l’immaginazione e la creatività non ci hanno allontanati dal paese. Ci hanno aiutati a rivolgergli domande più precise.
Approfondimento: Leggi qui la “Spasseggiata fantasiologica del 7 giugno” a Villa Santa Croce
