
Villa Santa Croce, frazione di Piana di Monte Verna, provincia di Caserta, circa centotrenta abitanti. Ha strade strette, aziende agricole, piccole attività commerciali, edicole votive, diverse saracinesche abbassate. Intorno, se si solleva lo sguardo, ci sono il Taburno, il Vesuvio, il Matese e altri monti con cui abbiamo giocato mentre spasseggiavamo.
Che cos’è una spasseggiata fantasiologica? È una passeggiata con piccoli gruppi in un luogo specifico (un paese, un quartiere, una cripta, un museo…) durante la quale si guardano parole, numeri, oggetti cercando altre funzioni, aperture, possibilità non generiche ma da far dialogare fortemente con il territorio. Quella “s” davanti a “passeggiata” indica anche lo stupore, il salto, la stortura, lo sconcerto, lo studio, la sorpresa, la svirgolazione, il sorriso….
Non si cerca il bello, non si fa turismo ma si lavora con la fantasia come strumento preciso, non come evasione (questa appartiene alla fantasticheria, che pure esploriamo ma è altra facoltà). Uno degli obiettivi della spasseggiata fantasiologica è costruire relazioni verificabili tra cose che sembrano lontane (tra una data e un pomodoro, tra una maniglia e il mare…) attraverso giochi linguistici, numerici, artistici che progetto appositamente per il luogo. Dietro ogni spasseggiata ci sono settimane di riflessioni sulla fantasiologia e ricerche sul campo: pochissimo è lasciato all’improvvisazione; che comunque non manca.
Il 7 giugno ci siamo incontrati con una trentina di partecipanti all’azienda agricola “La Sbecciatrice“, ospiti di Mimmo e Jurate. Ci hanno accolti con una colazione contadina fatta con i loro prodotti, un benvenuto che ci ha fatto comprendere subito di essere in un luogo che è forma culturale di resistenza allo spopolamento dei paesi.
Il nostro punto di partenza è stata una stalla riconvertita dall’azienda in “stalla degustazione”: un luogo originariamente destinato agli animali che adesso accoglie cibo e pensiero. Già questo è stato un esercizio di fantasia.

Siamo partiti dalla data: 07 06 2026. Non come informazione temporale ma come materiale visivo, da comporre e scomporre. Quelle cifre, accostate, producevano informazioni che ricalcavano la sezione del pomodoro riccio. Il numero portava a una forma, la forma a un prodotto del territorio. La spasseggiata era già iniziata nella stalla e il pomodoro riccio è diventato il primo oggetto del percorso.
Subito dopo abbiamo iniziato a “sbecciare” il nostro sguardo: l’azione agricola di togliere il superfluo ci ha aiutati a eliminare l’ovvio, l’abitudinario del nostro modo di vedere. Da questa pratica, per esempio, è nato un legame tangibile tra il nome “La Sbecciatrice” e l’Odissea.
Usciti dalla stalla, abbiamo incontrato il paese. Pietre, case, insegne, cassette dell’acqua, segnaletica, edicole votive. Abbiamo camminato, ma non solo con i piedi; guardato, ma non solo con gli occhi. La fantasia è la congiunzione anche: ciò che tiene insieme, con la logica del possibile, senza chiudere. Per esempio, una vecchia maniglia metallica ci ha aiutati ad “aprire il cielo” ed è diventata persino il mare; e dove c’è il mare, può esserci un veliero. Camminando pochi metri più in là, lo abbiamo trovato per davvero: un veliero, tangibile, era già lì, ma nessuno lo aveva visto prima. Poi, lungo il percorso, abbiamo trovato una fontana-pianta, una strada-vestito, una “Madonna vera”, una cassetta postale dritta-storta, un orologio rotto ma “alla moda”, un’edicola di Sant’Antonio dove il diavolo “ci aveva messo lo zampino”. Ogni elemento apriva a un’altra possibilità di lettura: non per sfuggire dal territorio, ma per osservarlo meglio. Un esercizio e analisi sul campo per aprire i nostri sguardi.
È dal 2023 che Villa Santa Croce viene attraversata con questa pratica della spasseggiata fantasiologica. La fantasia, in quest’occasione, si è rivelata non come atto infantile ma come facoltà che richiede esercizio, rigore, attenzione, disponibilità a perdere l’evidenza delle cose per trovare anche altro. La spasseggiata è uno sforzo, certamente, per vedere che altro accade se si mettono in discussione le cose, se si fanno dialogare le distanze. La fantasia richiede tuttavia cautela: può costruire o danneggiare, connettere o isolare, illuminare o distorcere. Ci si è accorti subito, in gruppo, quando un’interpretazione chiudeva la nostra mente invece di aprirla.
Per due abbondanti ore abbiamo attraversato stradine e osservato i campi. Ecco un’analogia a proposito di agricoltura: l’immaginazione apre il terreno. La fantasia lo zappa. La creatività lo organizza. Il pomodoro riccio appartiene a questo territorio, così come il cece e il fagiolino lenzariello coltivati dalla Sbecciatrice: non crescerebbero allo stesso modo altrove. Così, le riflessioni e i giochi fantasiologici della nostra spasseggiata appartengono a quelle strade, a quegli oggetti, a quelle persone. Si può portare a casa una direzione, un metodo, un’esperienza ma non la pratica intera. Questo è il valore aggiunto di un territorio che la retorica del disfattismo liquida con un pigro “qui non c’è niente”. La spasseggiata fantasiologica ci aiuta a intenderci sul niente: in che senso “qui non c’è niente?”
A fine spasseggiata, i prodotti della Sbecciatrice sono arrivati in tavola: la degustazione, anche quella, era fatta di cose che appartenevano a quel luogo.
Siamo tornati a casa con uno sguardo che aveva imparato la disponibilità, più che la fretta di dare risposte. La disponibilità di chi sa che, dove prima vedeva una cosa, adesso potrebbe esserci anche dell’altro. Il territorio, guardato così, non finisce mai.



La spasseggiata fantasiologica a Villa Santa Croce è stata organizzata da La Sbecciatrice, Resistenza contadina, Festival fantasiologico. Qui per approfondire
