(appunti) prima della mano che afferra un oggetto, prima ancora del contatto, c’è qualcosa che lo precede? Una previsione? Una forma di pensiero che non passa necessariamente attraverso le parole o attraverso un’immagine cosciente? Che cosa fa la mano quando si prepara a prendere qualcosa di cui non conosce ancora esattamente il peso? È una mano che immagina? In che modo il corpo anticipa ciò che sta per accadere? Forse immagina, ma non nel senso abituale del termine? Che cosa vuol dire che il nostro corpo immagina? Che una mano immagina? Forse immaginare non significa soltanto vedere mentalmente ciò che non c’è, ma anche prepararsi a ciò che ancora non si conosce. E la memoria che ruolo ha in tutto questo? Forse la mano sa qualcosa prima di me. Ogni volta che ci muoviamo verso una cosa, ne costruiamo una configurazione prima ancora di incontrarla.
(testo) prendiamo un oggetto da sollevare. Prima ancora che le dita lo tocchino, qualcosa è già accaduto. La mano, la mia mano, ha cominciato a configurarlo. Non sa ancora quanto pesa, e tuttavia si prepara al suo peso. Non lo ha ancora incontrato attraverso il tatto, eppure il gesto è già in qualche modo orientato verso ciò che incontrerà. Non si tratta di immaginare l’oggetto come facciamo quando, a occhi chiusi, ci rappresentiamo una stanza. Non c’è necessariamente un’immagine cosciente che precede il movimento. C’è qualcosa di più elementare: un’ipotetica configurazione.
La forma dell’oggetto, le sue dimensioni, la distanza, il modo in cui occupa lo spazio, la superficie che lascia intravedere, tutto questo entra nel gesto insieme a una memoria che non è il ricordo preciso di quell’oggetto. Sono tracce di altri oggetti, altre prese, altri pesi, altri movimenti. La memoria non consegna una risposta già pronta ma fornisce materia.
Prima che l’oggetto venga sollevato, esiste già una sua versione nel gesto. Esiste un’immaginazione per anticipazione? Non è l’oggetto reale e non è neppure una sua copia mentale. È ciò che l’oggetto potrebbe essere per quel corpo, in quell’istante.
In questo senso, immaginare allora non significa soltanto produrre immagini in assenza delle cose. Significa anche predisporre un possibile incontro, costruire in anticipo le condizioni di un’esperienza. Costruire in anticipo! La mano, perciò, non ricorda, semplicemente ma immagina. La mano immagina. E che cosa? Quando? Solo quando è nell’errore? Finché la configurazione funziona, non ce ne accorgiamo. Il gesto riesce e scompare dentro il suo stesso momento. Ma basta che l’oggetto pesi più del previsto ed ecco che qualcosa succede. Il reale contraddice l’immaginazione. E viceversa, direi, ma è un altro discorso.
La mano deve correggersi, aumentare la forza, modificare il movimento. Il corpo si scopre nello scarto tra previsione e realtà. L’errore non distrugge la configurazione ma la trasforma.
È qui che l’immaginazione mostra una delle sue caratteristiche più profonde. Mi pare si possa affermare che l’immaginazione non sia soltanto ciò che produciamo quando ci allontaniamo dalle cose ma è anche ciò che continuamente mettiamo tra noi e le cose per poterle incontrare. Ogni gesto rivolto verso qualcosa contiene una piccola anticipazione di quel qualcosa. Ogni anticipazione è una scommessa sulla realtà e sulla nostra immaginazione. L’immaginazione, allora, può precedere il pensiero cosciente? Sì, quando la mano immagina prima di me, nel senso che configura una situazione prima che io abbia bisogno di formularla. Ogni presa contiene una piccola porzione di immaginazione del mondo. La memoria conserva ciò che è stato. L’immaginazione prende ciò che è stato e lo configura ogni volta in maniera diversa.
(Appunti e testi nascono da riflessioni personali e da attraversamenti di letture: Maurice Merleau-Ponty, Eleanor Rosch, Hubert Dreyfus, Francisco Varela, Evan Thompson, Alva Noë, Vittorio Gallese, Simone de Beauvoir, Maxine Sheets-Johnstone…)
