(appunti) oggi guardavo la gente per strada e il modo in cui occupiamo gli spazi, come prendiamo in mano gli oggetti senza pensarci. Tutto sembra ovvio. Dato. Dato da chi? Ma chi ha deciso che lo spazio si abita proprio così? Mi comporto come se il mondo attorno a me fosse cresciuto da solo, sai tipo una foresta, mentre è più simile a un set smontabile che però ho smesso di vedere come tale. E chi mi credo di essere per dire, per dirmi, che quella che mi circonda, la realtà, è un set smontabile? E se la realtà in cui vivo non fosse il contrario dell’immaginazione, ma il suo risultato più riuscito? Certo, mi dici, eccola qui, la follia, eccola, benissimo, uno pensa a una cosa così o la legge in un libro e la condivide in giro ed ecco, che la persona che ti ascolta ti dice che ora ti fa vedere come stanno le cose e che questa, prende una pietra, è la realtà e questa, nell’altra mano non ha niente, è l’immaginazione.
Certe volte, ho come un momento di lucidità improvvisa (il che significa che vivo in uno stato sempre confusionario?) e guardo una cosa qualunque senza più riconoscerla. Alle volte anche le persone non le riconosco. Le cose, per dire, smettono di essere ovvie. La regola, quella che mi ero data, quella che mi è stata data, imposta, si crepa, crepa forse è il caso di dire, e qualcosa succede. Cosa cede? L’abitudine si rompe e le cose si fanno diverse, instabili….e poi c’è una domanda che mi avvolge da giorni: quanta ripetizione ci vuole per rendere invisibile un’invenzione, come la pietra che hai in mano e come la pietra che non hai in mano?
(testo) quand’è che l’immaginazione si fa instabile? Forse quando smette di stare al suo posto. Di solito le assegniamo un confine rassicurante: la mente, i sogni, le narrazioni del possibile, l’irreale. Rassicurante per chi? Lì può agire indisturbata, libera di formare una casa che non esiste o una strada mai percorsa, per poi farci tornare al sicuro nella nostra quotidianità. Ma di quale realtà parliamo? La nostra percezione del mondo è intrisa di immaginazione, così come l’immaginazione è continuamente nutrita da ciò che percepiamo. Una porta, per esempio, è una porta anche perché abbiamo imparato collettivamente a riconoscerla come tale e a sapere che serve per entrare e uscire. Anche il modo in cui abitiamo gli spazi o conviviamo è stato, in origine, immaginato e poi dimenticato. A forza di ripeterlo, questo costrutto artificiale ha assunto le sembianze di una legge naturale. La stabilità, in fondo, è proprio questo: un’immaginazione sedimentata, ripetuta così tante volte da cristallizzarsi in un dato di fatto, celando la sua natura inventata.
L’instabilità comincia nel momento in cui questo processo di sedimentazione torna a farsi visibile, risvegliando l’immaginazione dal suo torpore. È qui che emerge il doppio ruolo dell’immaginazione: essa è al tempo stesso costruttrice e distruttrice di forme. Da un lato edifica le nostre sicurezze, generando forme che col tempo si fossilizzano e garantiscono la stabilità; dall’altro, è la forza capace di incrinare quelle stesse forme, rimettendole in movimento. L’immaginazione può restare stagnante, e rassicurante, in ciò che diamo per scontato oppure farsi dinamica e restituire alla realtà la sua forma più instabile e mutevole. Perciò, quando parliamo di immaginazione, a quale delle due ci stiamo riferendo?
(Appunti e testi nascono da riflessioni personali e da attraversamenti di letture: Sara Ahmed, Gaston Bachelard, Cornelius Castoriadis, Rosi Braidotti, Jacques Derrida, Viktor Borisovič Šklovskij, Italo Calvino, Ursula K. Le Guin…)
