(appunti) una sedia può diventare anche una casa. Ma la sedia resta quella che è: restano le gambe, la seduta, il peso, lo spazio che occupa. Mi ci metto sotto, faccio finta che quello sia il mio posto e non per questo smetto di sapere che è una sedia. Comincio solo a guardare gli stessi pezzi con un occhio diverso. Lo spazio sotto la seduta diventa un interno, le gambe diventano un confine, il corpo trova una posizione, le cose si dispongono dentro quel perimetro. La sedia non è cambiata. È cambiato il modo in cui riesco a metterne insieme i pezzi. Questa è la fantasia (?).
E l’immaginazione? Da dove viene fuori l’immaginazione? Non credo che nasca semplicemente quando in testa compare qualcosa che davanti agli occhi non c’è. Che poi a me questa cosa dell’immagine mentale, come film, non so, che appunto non è una specie di proiettore interno, uno schermo dove rivediamo cose già viste. Se fosse così, immaginare vorrebbe dire soprattutto ripescare, in assenza dell’originale, una copia di qualcosa che abbiamo già vissuto. Cosa voglio dire quando dico “immagino”? che configuro qualcosa nella mia testa. Quando mi immagino una stanza, un movimento, il peso di un oggetto, la mia posizione sotto una sedia, la mia sedia che ora è anche una casa, non sto tirando fuori dal cassetto una informazione già pronta. Sto rimettendo insieme dei pezzi presi dall’esperienza: percezioni, ricordi, sensazioni, un gesto, un peso, un suono in una forma che in quel momento non ho davanti. Immaginare è configurare. Dare forma. La fantasia compone e scompone per aprire una possibilità; l’immaginazione compone e scompone per costruire una configurazione.
(testo) dire che la sedia può essere una casa è un atto di fantasia: apre. Immaginare quella casa è un atto diverso: dà forma. Vuol dire potermi rappresentare lo spazio sotto la seduta, dove comincia e dove finisce, il mio corpo dentro quello spazio, gli oggetti al loro posto, il modo in cui ci si muove senza sbattere contro le gambe. La sedia è anche una casa. Bene, e com’è fatta questa casa? Ecco l’immaginazione. Risponde alla domanda “com’è fatta?”. Configura. Cioè non cerco possibilità (fantasia = “e se…?”) ma forme. L’immaginazione, allora, lavora con lo stesso materiale grezzo della fantasia, cioè gli elementi dell’esperienza, e che sono i pezzi con cui la mente costruisce qualunque percezione avuta, un ricordo, una sensazione sulla pelle, il peso di un oggetto nelle mani, un suono, un movimento, persino un sapere astratto. La cosa importante è che la sua materia, dell’immaginazione, non è solo visiva. Uno dice immagine e pensa subito a qualcosa che ha a che fare con gli occhi. L’immaginazione è multisensoriale. Posso immaginare una superficie ruvida senza vederla, il peso di qualcosa nelle mani, la posizione delle gambe nel buio, il suono di una voce, la distanza tra due luoghi, il gesto necessario per attraversare una stanza. Posso immaginare anche una forma non chiara nella mia mente, avere cioè una bozza di forma nella mia mente. Come la fantasia che può aprire possibilità non sempre chiare, così l’immaginazione.
Immaginare non vuol dire vedere in testa un oggetto già confezionato altrove, come si guarda una diapositiva. Vuol dire ri-costruire una configurazione di elementi, anche quando quella configurazione, in quel momento, non è lì davanti.
Prima o dopo? Non serve che la fantasia venga prima. Posso immaginare il volto di una persona che conosco senza chiedermi cosa altro potrebbe essere quel volto. Posso ricostruire una stanza già vista, ricordare com’erano disposti i mobili, rappresentarmi il movimento di una porta o la posizione del mio corpo in un luogo che conosco a memoria. Qui non c’è nessuno scarto rispetto al dato, nessuna apertura verso il possibile. E però la composizione e scomposizione c’è lo stesso: gli elementi dell’esperienza vengono rimessi insieme in una forma che, proprio in quel momento, non è percepibile dai miei sensi. Anche il ricordo più preciso, per esempio il volto di mia madre, la stanza in cui sono cresciuto, non è un file salvato – che questa cosa dei file ce la siamo portata appresso per tanto tempo – che riapro identico: ogni volta lo rifaccio, con dettagli che si spostano, che sfumano, che vengono sostituiti senza che me ne accorga. Se provo a fissare due volte di seguito lo stesso ricordo, noto che qualcosa è cambiato: un colore, una distanza, lo sfondo, l’ordine degli oggetti. Per questo l’immaginazione non è mai riproduzione nel senso di copia: perché non abbiamo, da nessuna parte, un originale (che è diverso dal concetto di originalità, che riguarda la creatività e che poi ci penso a che cosa scrivere sulla creatività). È sempre una ricreazione anche quando ci sembra di stare semplicemente ripescando qualcosa che già conoscevamo. Però, la confusione di quando pensiamo all’immaginazione come riproduzione e non produzione è proprio in quel “ri” che non vuol dire rifare allo stesso modo, ma ri-creare, cioè nel nostro caso formare di nuovo. Ecco. Se la fantasia nasce nel secondo sguardo, l’immaginazione nasce quando gli elementi dell’esperienza possono essere riorganizzati in una configurazione che non coincide con quella data, in quel momento, alla percezione.
(Appunti e testi nascono da riflessioni personali e da attraversamenti di letture: Giovanni Piana; María Zambrano; Shaun Gallagher; Jean-Paul Sartre; Gaston Bachelard; Amy Kind…)
