©Noemi Marotta. La fotografia è stata esposta al Festival Fantasiologico il 18 e 19 novembre 2017. Caiazzo (Caserta)
©Noemi Marotta. This picture was exhibited at the Phantasiology Festival on 18 and 19 November 2017 in Caiazzo (Caserta, Italy)


 

FANTASIOLOGIA

di Massimo Gerardo Carrese

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Prima parte

 

«Di cosa si occupa lei?» 

«Di fantasiologia». 

A questa mia risposta gli interlocutori, di solito, hanno le seguenti reazioni: 

a) «Fantasiologia? Mai sentita. Di cosa si tratta?»; 

b) «Ah bello, la fantasia è fondamentale»; 

c) «Lavorare con i bambini è un bel privilegio»; 

d) «Ma è tipo Scientology?»; 

e) «Interessante». 


Quest’ultima reazione è quella che più mi preoccupa - lo dico per esperienza personale ma non generalizzo - perché intuisco la completa indifferenza da parte dell’interlocutore che chiede del mio lavoro solo per formalità. In quella sua replica non c’è un invito a saperne di più (infatti, la nostra già noiosa conversazione muore subito dopo). È un’espressione di sola circostanza. Nient’altro.

La reazione b) ha buoni propositi e mi mette contentezza.  La c) apre a una serena conversazione in cui mi piace dire che la fantasia e l’immaginazione non sono territori mentali solo dei più piccoli. La d) è lontana dalle mie passioni. La risposta a) è quella che preferisco. Invita alla condivisione, al dialogo intelligente, il più delle volte molto appassionato, e da queste gradevoli conversazioni nascono persino durature amicizie e collaborazioni.

Si può provare indifferenza verso la fantasiologia e, ovviamente, verso chi scrive ma è possibile anche il contrario. In ogni caso, l'indifferenza non deve mai confondersi con il pregiudizio. 

 

LA PAROLA “FANTASIOLOGIA”

Molti credono che la parola "fantasiologia" sia una recente invenzione e i più pensano, per ragioni che chiarirò nel testo, che si tratti di una mia ideazione. 

L'etimologia di “fantasiologia” si lega a pháinō (mostrare) e il suffisso -logìa riporta alla terminologia scientifica che sta per studio. La fantasiologia è dunque lo studio di ciò che si mostra nella mente ma la parola ha una sua specificità: si accorda da tempo e a vario titolo, non sempre in modo preciso e chiaro, alla fantasia, all’immaginazione e raramente alla creatività. Fantasia, immaginazione, creatività[1]: sono questi i contesti in cui la fantasiologia si muove. Non mancano però esempi in cui la fantasiologia è citata in circostanze diverse da quelle appena nominate, per esempio per appellare un tipo particolare di letteratura[2] o fatti poco felici come i complotti “No Vax”[3]. 

Il vocabolo “fantasiologia” non è recente. Nel 1760 è già nelle Novelle letterarie di Giovanni Lami e, nella forma inglese "phantasiology", in Margins of Philosophy di Jacques Derrida (ed. 1982). Due esempi, tra i tanti, a rilevare la lunga esistenza della parola nella storia del pensiero.

 

CERCARE

Se provi a cercare la parola "fantasiologia" su Google[4] troverai oltre 1.500 risultati con riferimenti, quasi esclusivi, alla mia attività di studi, giochi e ricerche su fantasia, immaginazione e creatività. Da qui la tendenza ad attribuirmi la paternità della voce ma non sono l’inventore della parola "fantasiologia" (né di "fantasiologo").

 

A CASA

Cominciai a frequentare le parole "fantasiologo" e "fantasiologia" durante i miei anni universitari. Leggevo libri di maestri che mi raccontavano di studi sulla fantasia, sull’immaginazione, sulla creatività. Tra quei libri mi sentivo a casa. Una casa con le porte e finestre sempre aperte.

 

GRAMMATICA DELLA FANTASIA

Parallelamente ai miei studi universitari riflettevo sulle caratteristiche della fantasia e dell’immaginazione (ma non ancora in modo appropriato di creatività). Le mie prime opinioni e ricerche trovarono forma nella Tesi di laurea che intitolai La ruota del tempo fantastico. Gianni Rodari e la traduzione della fantasia. Un lavoro tutto incentrato sul rapporto "fantasia-immaginazione" viste dalla prospettiva di un gioco alfanumerico che avevo inventato ad hoc e i cui risultati confrontavo con la vita e le opere (anche tradotte) di Gianni Rodari, in particolare Grammatica della Fantasia. Con la sua Grammatica però non sempre ero in sintonia. Non dico per i suoi suggerimenti e strumenti finalizzati a inventare storie (quelli mi piacevano e mi piacciono ancora) ma per le sue riflessioni teoriche sulla fantasia (o sull’immaginazione: per Rodari, ecco l’interferenza, i due termini sono sinonimi).

 

LA SCIA VAGA

Dopo la laurea organizzai le mie prime “lezioni sulla fantasia” in scuole di ogni ordine e grado. Iniziavo così a girare in lungo e in largo in tutta Italia (e talvolta anche all'estero), ad autopubblicare i miei libri (per Ngurzu Edizioni, la mia “casa editrice”[5]) e a distribuirli in biblioteche d’Europa, Asia e America. Progettavo laboratori con destinatari bambini e adulti....In poche parole, dopo l’università mi dedicai da subito alla fantasiologia senza - consapevolmente - pensare ad altre occasioni lavorative.

Desideravo fare il fantasiologo. Nient’altro. È proprio questa la parola adatta a definire chi studia con un approccio sistematico e interdisciplinare la fantasia, l’immaginazione, la creatività. Fantasiologo[6].

Ancora non nuotavo nelle acque profonde dell’immaginazione e della fantasia ma quando cominciai a studiare queste due facoltà restai colpito dalla scia di vaghezza che le accompagnava, trattate con superficialità persino dai grandi studiosi. La fantasia, per esempio, era per loro il mondo delle illusioni, dei sogni a occhi aperti, dei castelli costruiti in aria. Era qualcosa di lontano dalla realtà. Eppure a me sembrava chiaro, con tutta l’ingenuità dei miei anni ma forte delle evidenze che mi circondavano e delle letture che mi avevano accompagnato fino a quel momento, che fantasia e immaginazione fossero invece costitutive della realtà di cui parlavamo e in cui vivevamo. 

Nel 2003, a venticinque anni, decisi che non avrei inventato una parola per nominare lo studioso di fantasia, di immaginazione (e di creatività) né avrei creato ex novo un vocabolo per eleggere la disciplina che si occupa di queste facoltà. Provai, invece, ad adottare parole che già erano in circolazione, due voci da rispolverare e da valorizzare ma questo non mi spaventava: “fantasiologo” e “fantasiologia” erano perfette per tracciare il mio percorso di studi. “Fantasiologo” avrebbe descritto un certo tipo di studioso e “fantasiologia”, già per la sua storia, avrebbe rappresentato l’ambito disciplinare in cui si muove questo tipo di studioso.

Trovavo belle ed esatte le due parole ma c’è da dire che le due voci si muovevano in contesti non sempre a mio vantaggio. Le ricerche allora disponibili in Internet mi raccontavano che “fantasiologo” era chi faceva viaggi esotici e inventava mondi, chi aveva la testa tra le nuvole, chi le sparava grosse, e “fantasiologia” era chi si occupava di ragionamenti senza capo né coda. Insomma, non erano proprio queste le descrizioni che mi avrebbero aiutato a dare forza e credibilità al mio percorso di studio e di lavoro. Decisi che avrei riscattato il valore delle due parole per come da me rintracciate nella storia del pensiero e per quello che avrebbero rappresentato nel mio personale percorso.

È con quest’ambigua postura che sono entrate a far parte della mia vita. “Fantasiologo” e “fantasiologia” le ho presentate per la prima volta in pubblico nel 2006, raccontandole per come erano intese nel parlare comune e in quello specialistico. Per farlo avevo organizzato un tour nazionale - autofinanziato con la vendita dei miei libri - sul tema dell’Immaginario Linguistico: “Viaggio in Italia sulla Fantasia”[7]. È da quell’anno che il mio nome è pubblicamente legato alla parola “fantasiologo”[8].

 

ASCOLTARE, SEGUIRE, CAPIRE

Durante gli anni universitari e di quelli immediatamente successivi sentivo di poter dare da fantasiologo il mio contributo all'intricata questione fantasia-immaginazione. Solo dopo è arrivata l’attenzione anche alla creatività e, a seguire, alla percezione, associazione e fantasticheria. Attualmente, mi concentro sulla fantasiologia analizzando sette parole chiave che ho evidenziato nel tempo: percezione, associazione, immaginazione, fantasia, fantasticheria, creatività, realtà.

Dopo la laurea mi presentavo agli ambienti universitari, scolastici e sociali come fantasiologo cioè studioso di fantasiologia. Non era facile allora e non lo è oggi: sostenere di essere un fantasiologo (dirlo per davvero!) e di occuparsi (professionalmente intendo) di fantasiologia, mette la maggioranza delle persone in una posizione non di curiosità per qualcosa che non sa, né di apertura al “diverso”, come a dire «sentiamo che cosa ha da raccontare». Al contrario, s’irrigidiscono in posizione di difesa. Spesso è restando con le braccia conserte che mi prezzano a priori basandosi non sui contenuti del mio lavoro (contenuti che tra l’altro non conoscono né si sforzano di conoscere) ma sempre più sull’unità di misura social. «Quanti like ha? Quanti followers? Quante visualizzazioni ha il suo video?» È quel numerino - più è alto e più sono bravo - che ai loro occhi mi rende una persona da ascoltare. Dico meglio, da seguire. Il che non vuol dire automaticamente da capire. C’è differenza. Voglio che sia chiaro che non mi faccio vittima delle difficoltà: mi limito a riportare un dato tecnico e cioè che gran parte delle persone che mi “segue” non ha mai letto un mio saggio (alcuni miei scritti tra l’altro sono disponibili gratuitamente sul mio sito www.fantasiologo.com). Mi giudicano, nel bene o nel male, per le cose che dico nel breve tempo di un incontro pubblico (o di un filmato in Rete) ma sono pochissimi quelli che approfondiscono prima o poi le mie pubblicazioni.

 

ATTIVITÀ

La mia storia fantasiologica si ripercorre in oltre 400 articoli apparsi dal 2006 a oggi su testate giornalistiche online e sulla stampa locale, nazionale e internazionale[9] che citano "fantasiologia" e "fantasiologo" in consonanza con i miei studi e giochi che invento (sono giochi fantasiologici di tipo linguistico, matematico, artistico, gestuale, musicale. Supporti pratici per spiegare meglio la teoria)[10].

Fino a questo momento non so se io sia riuscito a dare - non spetta a me deciderlo - un contributo davvero significativo alla figura del fantasiologo e alla fantasiologia. A dar seguito a quel riscatto che mi ero prefissato anni fa. Credo quantomeno di aver provato a offrire il mio ragionato apporto alla questione e di aver lavorato con continuità sul tema.

Alla fantasiologia, e all’essere un fantasiologo, dedico la mia vita. È la mia professione. Un lavoro come un altro, fatto di altissimi picchi di entusiasmo e di profondi sconforti.  

Sul tema “fantasiologia” organizzo attività varie: corsi di formazione per docenti[11] e lezioni per alunni in scuole di ogni ordine e grado[12], realizzazione di documentari[13], attività laboratoriali per specifici contesti[14], ideazione del Festival Fantasiologico[15] (con ospiti di rilievo nazionale e internazionale, invitati a discutere di fantasia, immaginazione e creatività); mostre[16], concerti[17], editoria[18], lezioni universitarie[19], incontri pubblici in spazi culturali internazionali[20]

 

CHE COS’È LA FANTASIOLOGIA

Grazie all’indispensabile confronto con persone incontrate casualmente, ai bambini, agli amici, agli studiosi e ai non pochi personali ripensamenti teorici, con il passare degli anni ho conosciuto meglio la fantasiologia (meraviglie e inquietudini) e il mio lavoro di fantasiologo (stupori e affanni). Oggi, la fantasiologia la descrivo con queste parole:

«La fantasiologia è lo studio critico e analitico degli aspetti scientifici, umanistici, ludici e artistici della fantasia (il possibile), dell'immaginazione (le immagini mentali) e della creatività (la tecnica e l’originalità)». 

Fantasia-immaginazione-creatività sono le tre parole essenziali della fantasiologia ma per comprenderle a fondo è necessario studiare la percezione, l’associazione, la fantasticheria, la realtà.

 

Per concludere: la fantasiologia come disciplina, il fantasiologo come figura professionale.  

 

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Seconda parte

 

MALINTESI

La fantasiologia (e la stessa professione di fantasiologo, che qui però tralascio di discutere) è di frequente oggetto di malintesi. Mi spiego. In Internet, mi capita di leggere di persone che presentano “laboratori di fantasiologiaocorsi di fantasiologia e di soffermarmi sui siti e sulle pagine social dedicate alla “fantasiologia” (anche nelle varianti straniere: phantasiology; fantasiologique…). Lì per lì, quando leggo la parola "fantasiologia" non associata al mio nome sono contento perché credo di aver trovato un’affinità con chi, come me, ha deciso di occuparsi professionalmente di fantasia, immaginazione, creatività. Ecco il punto: queste persone che propongono eventi legati alla fantasiologia o che raccontano sulle loro pagine di fantasiologia non si occupano professionalmente di fantasiologia.

 

LE BASI

Quando i professionisti di altro scrivono o parlano di fantasiologia, non sospettano dei complicati rapporti che intercorrono tra le voci “fantasia” e “immaginazione”. Altrimenti non scriverebbero, per esempio, di fantasia in modi superficiali e scorretti. Probabilmente sono ottimi professionisti nel loro settore. Forse hanno anche più titoli di studio e sanno fare benissimo il loro primo lavoro e tutti gli altri a seguire. Non voglio mettere in discussione questi aspetti. Invece, metto in dubbio la loro professionalità in fantasiologia. Primo perché le generiche descrizioni, quelle delle loro attività fantasiologiche, non spiegano mai che cosa sia la fantasiologia (neanche una personale opinione a riguardo); secondo, perché scrivono o pronunciano frasi del tipo:

-       La logica è opposta alla fantasia;

-       La fantasia è quella facoltà mentale che gioca a evadere dalla realtà;

-       La fantasia è una visione creativa del mondo;

-       La fantasia è immaginare;

-       La fantasia è immaginare cose che non esistono;

-       La creatività è libertà di pensare a cose strampalate.

Poi:

-       Usano espressioni tipo “processi fantasiologici” ma non ne spiegano il senso;

-       Sostengono che la fantasia sia il sogno a occhi aperti ma non ne giustificano il motivo;

-       Affermano che il loro “percorso di fantasiologia” insegni a vedere le cose in modi diversi ma non descrivono i dettagli di questa nuova visione;

-       Dicono che il “processo creativo” è lavoro dell’inconscio e che per questo non si può studiare;

-       Citano aforismi sulla fantasia e sulla creatività ma senza riportare le fonti.

 

I professionisti di altro sostengono di occuparsi di fantasiologia ma la loro incompetenza è travolgente quando:

-       Non citano nomi e lavori di studiosi viventi che si occupano professionalmente di creatività. De Bono va bene, d’accordo, poi…?;

-       Confondono il concetto di “fantasia” con quello di “fantasticheria”; 

-       Non riportano nomi e opere di scienziati che lavorano su fantasia e/o immaginazione. In poche parole, non sono aggiornati;

-       Non citano recenti ricerche sulla “creatività”. Quando va bene nominano testi degli anni Settanta, del secolo scorso!;

-       Non conoscono autori e autrici (al di là dei soliti due o tre nomi) che caratterizzano la storia, complessa e contraddittoria, della “fantasia” e dell’“immaginazione”;

-      Non chiariscono i sensi e gli usi ambigui che la parola “fantasia”, per esempio, assume nel linguaggio erotico, nella moda, nella legislazione, nelle avanguardie artistiche, nel folklore, in pedagogia….Parlano di fantasia senza mai contestualizzarla e senza averne una visione interdisciplinare;

-       Non citano mai nomi di donne, come se gli uomini fossero gli unici a occuparsi dello studio della fantasia, dell’immaginazione, della creatività;

-    Riferiscono di conoscere il pensiero che un certo autore riserva al concetto di fantasia e ne scrivono. In realtà citano un aforisma setacciato qua e là in Rete, senza controllare la fonte (quando sono fortunati, l’aforisma corrisponde per davvero all’autore di cui parlano);

-       Parlano ancora di emisfero destro per raccontare le regioni del cervello impegnate nell’attività creativa;

-       Non fanno distinzioni tra fantasia adulta e fantasia infantile;

-       Traducono impropriamente in un’altra lingua la parola italiana “fantasia” senza chiedersi se nelle diverse culture questo concetto abiti differenze sostanziali;

-       Non raccontano né in generale né in dettaglio quando nascono in Occidente i primi studi sulla creatività, perché e in che modo. E in Oriente?;

-       Non nominano mai coloro che per primi si sono occupati, nella storia del pensiero occidentale, di fantasia-immaginazione. E in Oriente?

-       Non raccontano mai delle prime traduzioni latine corrispondenti al greco φαντασία.   

 

I professionisti di altro non sanno argomentare i punti appena riportati. Un fantasiologo è in grado di affermare e di dimostrare che i professionisti di altro parlano con imbarazzante superficialità di fantasia, di immaginazione e di creatività e che non conoscono ben altre complesse vicende che riguardano queste tre facoltà.

Sono incerti persino quando nominano la fantasiologia: lo dimostrano con la loro comunicazione fatta di sole fotografie e di brevi post sui social. Le loro fotografie non veicolano messaggi ma sono rappresentazioni dell’apparenza. I loro post riportano poche e confuse righe sui temi della fantasia, dell’immaginazione e della creatività. I professionisti di altro, questo è un fatto, non scrivono mai di fantasiologia. La fantasiologia è la parola chiave del loro laboratorio, dei loro studi, eppure non la spiegano. Né ci sono, anche tra i loro approssimativi e pochi lavori in Rete, scritti o altre opere dedicati al tema della fantasiologia, quantomeno generici contributi che aiutino il lettore curioso a formarsi un pensiero critico sugli argomenti che propongono. Già, di quali argomenti parlano? Che paradosso affascinante: dicono di essere “docenti di fantasiologia” e non scrivono di fantasiologia.

I professionisti di altro sono inaccurati anche quando presentano la loro “attività fantasiologica” su Youtube. Brevi filmati dove è evidente (a chi?) l’uso ambiguo che fanno della parola “immaginazione” associata a concetti impropri e spiegata senza consapevolezza tecnica, proprio come fa chi si trova a parlare di qualcosa che non conosce fino in fondo ma che suppone di sapere perché ne ha sentito parlare da sempre, come l’immaginazione. Questa è una parola che conosciamo da bambini ma sappiamo che cos'è? Qual è la sua storia? Quali le differenze con la fantasia, con la fantasticheria e con la creatività? E con la percezione e l’associazione? Queste gravi imprecisioni risultano evidenti a chi ha specifiche competenze nell’ambito di riferimento, cioè al fantasiologo o a chi riserva al tema di cui parliamo un’attenzione critica e accurata. Non è palese, invece, alla persona comune o a quella competente in altro ambito.

I professionisti di altro abbracciano la causa fantasiologica proprio con la stessa ingenuità con cui parlano di fantasia e con la stessa inesperienza presentano in pubblico e su Internet le loro attività fantasiologiche. Senza però mai spiegare, come scrivevo, che cosa sia la fantasiologia. Usano la parola “fantasiologia” come formula di richiamo ma non è chiaro a che cosa. È questa loro incompetenza a turbarmi. Non l’improbabile concorrenza. La fantasia, l'immaginazione, la creatività, la percezione, l'associazione, la fantasticheria, la realtà  presuppongono studi approfonditi, aggiornamenti, esercizi, pubblicazioni, ricerche in biblioteche e sul campo, confronti, ripensamenti, sconforti, contentezze inesprimibili.

 
COMPETENZA

Come si acquisisce una competenza in fantasiologia se non c'è una scuola né un titolo dedicato? Sono diventato fantasiologo da autodidatta ma, ecco la chiave di volta, essendo un lavoro di responsabilità che ha come destinatari gli altri, il mio operato è controllato da chi lavora negli ambienti accademici, scolastici, sociali a cui rivolgo i miei lavori di fantasiologia. Ora, poiché non ci sono altri fantasiologi che possono valutare in modo competente le cose di cui parlo e scrivo, chi mi valuta e come?

Chi: i miei valutatori sono principalmente dirigenti scolastici, docenti di ogni ordine e grado, accademici, librai, studiosi....

Come: faccio un esempio pratico. La scuola primaria è il luogo in cui lavoro con più frequenza. Il mio primo passo è contattare il dirigente scolastico e proporgli un incontro di fantasiologia rivolto ai docenti (un modo per farmi conoscere dalla scuola e attivare eventuali future collaborazioni) o promuovere un corso di fantasiologia per gli alunni. In questa fase invio il programma dettagliato della mia proposta seguito dal C.V. È il dirigente scolastico a decidere se attivare nel proprio Istituto un incontro o un corso di fantasiologia, finanziati con fondi della scuola o con Fondi Europei. Prima di contattarmi però fa una riunione con i docenti responsabili della formazione e si confronta con loro sulle mie passate esperienze. Fanno ricerche in Rete e telefonano ai referenti indicati nel C.V. per chiedere di me e del mio lavoro. Non di rado leggono qualche pubblicazione sul mio sito o ne richiedono esplicitamente una copia cartacea tra quelle indicate nel C.V. Il secondo passo lo fa la scuola che m’invita a un colloquio alla presenza del dirigente scolastico e dei docenti responsabili della formazione. Conversiamo del mio lavoro e delle passate esperienze. Il tono è spesso cordiale e ci confrontiamo su vari temi ed è in questa circostanza che m’invitano a illustrare i miei studi, per comprendere meglio che cosa sia, in pratica, la fantasiologia. Fanno domande ed espongono problemi, dubbi, criticità che risolvo con esempi e richiami teorici. Poi racconto di come voglio progettare l’incontro o le lezioni, con quali metodologie e quali sono le finalità. In caso di attivazione di un corso, le mie lezioni in aula sono sempre affiancate da un tutor e da un valutatore interni alla scuola. Essi riferiscono al dirigente e ai docenti responsabili del progetto l’andamento delle lezioni, i contenuti e le reazioni dei destinatari. In non poche circostanze, le prime lezioni sono seguite dal dirigente scolastico in persona che verifica il mio lavoro sul campo con gli alunni. Tutor, valutatore interno e dirigente scolastico controllano il mio operato e contenuti da quando ricevono la mia proposta e per tutta la durata del corso. Si confrontano in riunioni con i referenti del progetto e in collegio docenti. Si confrontano con gli alunni e i loro genitori (spesso invitati in occasione degli incontri che propongo all’Istituto). Un commento positivo della scuola, a conclusione del corso o dell’incontro, fa sì che altri istituti accolgano di buon grado i corsi o gli incontri di fantasiologia che proporrò in futuro: la scuola che mi accoglie con favore fa da garante agli occhi delle altre. Invece, una valutazione negativa… a oggi, in tutta sincerità e modestia, non c’è mai stata. Ci sono state esperienze più o meno intense ma non negative.

I miei valutatori hanno il limite di saperne meno di me in quanto a fantasiologia ma possono confrontarsi con me attraverso la pratica della loro esperienza quotidiana e del loro lavoro. Verificano cioè con la loro professionalità e dimestichezza la correttezza delle dimostrazioni di cui parlo. Voglio dire che se a un dirigente scolastico racconto di un mio studio e gli mostro praticamente il mio pensiero (attraverso un esercizio, un gioco, una dimostrazione), egli potrà controllare e mettere alla prova il mio ragionamento, la logicità del mio procedimento, rifacendosi alla propria preparazione ed esperienza e confrontandosi con colleghi e corpo docenti.    

Inoltre, i miei valutatori controllano se gli studi e le ricerche che espongo fondano su comprovabili basi scientifiche, umanistiche, ludiche e artistiche. Valutano, in altre parole, l’efficacia delle mie argomentazioni e confrontano i miei temi con quelli storici: fantasia, immaginazione, creatività si studiano, e da tempo! Ora, proprio perché i miei studi, giochi e ricerche sono documentati e documentabili, il mio pensiero e la mia stessa attività sono verificabili e certamente opinabili ma con intelligenza e non con pregiudizio. Chi mi valuta è chi mi studia.

Accade però che a qualcuno (anche nel mondo della scuola, s’intende) basti leggere la sola parola “fantasiologia” o “fantasiologo” - senza approfondire alcunché - per sostenere, con convinzione, di aver capito trattarsi di un nonnulla, di una professione poco credibile, tra l’altro, perché non validata da un titolo legale. E allora mi chiedo chi sono ai loro occhi i preziosi contadini del territorio, gli influencer mondiali, i musicisti autodidatti, gli inimitabili artigiani locali, i poeti premi Nobel….che non posseggono un titolo legale?

I professionisti di altro che dicono di occuparsi di fantasiologia non scrivono affatto di fantasiologia. Mi riferisco a quelli trovati in Rete ma sono pronto a ricredermi se ve ne fossero altri che invece esercitano la fantasiologia come professione. In che modo sono valutati quando propongono i loro “percorsi fantasiologici”? A chi li propongono? Da chi sono valutati? 

È necessario essere valutati? Assolutamente sì se i destinatari del tuo lavoro sono gli altri. Se fai il fantasiologo a casa tua, a chi puoi nuocere? Se fai il fantasiologo fuori di casa e sostieni di occuparti di fantasiologia, allora devi essere valutato da docenti, studiosi, artisti… e non da chi, con sincero entusiasmo, ti dice che sei bravo in quello che fai. Quella del fantasiologo e della fantasiologia è una competenza da praticare e da dimostrare. Non da improvvisare.

 

VALORI TECNICI E VALORI EMOTIVI

Non posso pretendere che un dirigente scolastico valuti la mia professionalità sul piano dell’empatia. Fare il fantasiologo, come ogni altro lavoro, significa conoscere il valore tecnico di ciò che si dice e che si fa, con studi documentati. Accanto al valore tecnico del mio lavoro c’è il valore emotivo, che è il mio sguardo personale sul mondo, la mia sensibilità. La fantasiologia è insieme valore tecnico e valore emotivo; competenza ed esperienza. Imprescindibilmente legati. Ai professionisti di altro che praticano la fantasiologia manca il valore tecnico.

 
UN CONFRONTO

Non mi sono mai confrontato con chi propone incontri di fantasiologia. Quando scopro un “docente di fantasiologia” studio quello che scrive. Ecco, che cosa scrive? Tutto e niente. Certamente niente di fantasiologia. Su cosa confrontarci, allora. 

 
TITOLI

C'è una differenza tra titolo e competenza: il titolo dà valore legale al mio lavoro; la competenza è come faccio il mio lavoro. Il fantasiologo e la fantasiologia non hanno titoli legali (e questo rende felici coloro che vivono di pregiudizi, gli scoraggiatori). Dedico gran parte del mio lavoro allo studio, alle ricerche, a inventare giochi, a tenere corsi, laboratori e a organizzare eventi pubblici e pubblicazioni che mettano nero su bianco i miei processi critici e analitici sulla fantasia, l’immaginazione, la creatività. Tutte attività che documentino la mia competenza. Posso mostrare quel che so fare (competenza). Non chi sono (titolo). Questa è la mia forza. Non il mio limite. Ai professionisti di altro, oltre al titolo che non c’è, manca anche la competenza. 

 
GRANDI EQUIVOCI

Quando parliamo nello specifico di fantasia, di immaginazione, di creatività non dovremmo mai raffazzonare. Se oggi queste tre parole continuano a essere portatrici di grandi equivoci difficili da sbrogliare è perché seguitiamo ad arrangiare nel loro uso: ancora sentiamo dire che sono attività per evadere dalla realtà, che sono parole astratte o che servono al solo artista, che sono caratteristiche del genio e non facoltà di tutti o, ancora, che sono facoltà in cui eccellono solo i bambini perché ormai gli adulti si occupano di cose più importanti. Non certo di fantasie, cioè di astrazioni. I professionisti di altro che si occupano di fantasiologia divulgano anche questi grandi equivoci.

 
MAESTRI

Ci sono maestri del passato (e del presente) che si sono dedicati con impegno e serietà alla fantasia, all'immaginazione, alla creatività. Molte volte con stupendi e illuminati contributi. Sono filosofi, architetti, scrittori, giornalisti, designer... a cui capita di occuparsi di fantasia, immaginazione, creatività ma di farlo con competenza e con profonda consapevolezza. È questa l’abissale differenza tra loro e i professionisti di altro.

 
L’ORIGINALITÀ

Le attività fantasiologiche non presentano “il rifacimento di", lo studio come “quell’autore là”, oppure il laboratorio “ispirato da”. Attività che hanno il loro fascino e importanza (se fatti bene) ma la fantasiologia non si occupa solo del “già detto” ma, insieme al “già detto” anche di attività originali, cioè nuove. Vale a dire mai viste prima. Storia e novità: questa è la fantasiologia. 

Nei loro “laboratori di fantasiologia”, i professionisti di altro si occupano esclusivamente del “già fatto” e del “già detto”. Non si registrano lavori inediti bensì copie o rimaneggiamenti, non sempre eccellenti, di questa o di quell’altra metodologia praticata da quell’autore o da quell’autrice e poi presentati e descritti come “attività originali”. La fantasiologia è, invece, insieme conoscenza del passato e realizzazione di teorie e pratiche mai viste prima. Nuove. Inedite. È questa la più grande distanza tra chi propone con superficialità “laboratori di fantasiologia” e di chi professionalmente li esercita. Qui faccio dell’originalità una valutazione tecnica non un vanto personale.

Come stabilisco l’originalità di un’opera? Per capirlo dedico mesi di ricerche all’opera realizzata e provo a scovare tracce o documenti che confutino la novità della mia creazione. Mi confronto con studiosi, bambini, vari pubblici e con amici. Insomma, studio per capire se quell'idea, se quel tipo di combinazione da me scelta, se quel certo modo di trattare quei temi sia già stata impiegata-scoperta da altri oppure no. 

Se l’originalità che qui racconto ti fa storcere il naso, c’è un aspetto che forse non stai considerando: l’originalità può essere messa in discussione in ogni momento. Questo vuol dire che le mie opere restano originali fino a prova contraria. Fin quando cioè qualcuno non mi dimostra che quell’idea è già stata realizzata da altri, con le mie stesse combinazioni di elementi. Osservando i “laboratori di fantasiologia” dei professionisti di altro posso documentare che i lavori che promuovono non sono inediti. Essi parlano di originalità senza essere nuovi. Propongono percorsi senza fare ricerche e li definiscono originali. È così che svalutano la bellezza e lo stupore dell'inedito. Non è una gara a chi è più originale ma se prometti l’originalità devi mantenerla. E dimostrarla. Fino a prova contraria.

 
LE PREMESSE SONO IMPORTANTI

Se presenti il tuo "laboratorio di fantasiologia" dicendo che «la creatività è il flusso spontaneo di idee», chi nota le informazioni tecniche sbagliate in questa frase? Lo studioso che si occupa professionalmente di questi temi. Poi se ne accorge chi ha fatto studi specifici sull’argomento, anche solo per curiosità personale. Non nota nulla di strano invece l’inesperto e chi, in buona fede, deciderà di frequentare questo tipo di laboratorio. Non voglio polemizzare sull'utilità o meno dei “laboratori di fantasiologia” proposti dai professionisti di altro. Ognuno trova l'utilità o l'inutilità da sé. Desidero, invece, sottolineare che queste attività sono lontani da uno studio competente della fantasia, dell'immaginazione, della creatività, della percezione, dell'associazione, della fantasticheria, della realtà. Sono laboratori di chissà quale altra cosa bella ma non di fantasiologia.

Il vero problema è che a circolare veloce è la superficialità di un’informazione e così i professionisti di altro portano in giro con successo frasi improprie del tipo «la creatività è inventare qualcosa dal niente». Sono concetti questi che resistono nel tempo - anche perché intercettano un sostrato religioso - rispetto all’informazione più tecnica e precisa ma meno comune e perciò più debole come «la creatività è combinare elementi che già esistono, in modi nuovi e appropriati».

 
UNA RICERCA SULLA FANTASIOLOGIA

Un ultimo aspetto tecnico: se il professionista di altro facesse una veloce ricerca in Internet sulla parola “fantasiologia” troverebbe che quasi tutti i risultati sono accompagnati dal mio nome. Approfondendo qui e là capirebbe che la parola “fantasiologia", che vorrebbe usare per nominare il suo laboratorio, è legata, oltre che a me, a un certo tipo di pensiero sulla fantasia e l’immaginazione. Se il suo laboratorio non coincide con questa tipologia di studio e di significato a rigor di logica dovrebbe decidere di cambiare nome, di inventarne uno o di cercarne un altro più adeguato al suo intento. Se, invece, approvasse questo tipo di parola perché il suo scopo coinvolge anche la percezione, l’associazione, la fantasticheria e la realtà, allora avrebbe tutto il diritto di chiamarlo “laboratorio di fantasiologia”.

I risultati in Rete per “fantasiologia” tornano utili al professionista di altro per leggere che intorno a questa parola ci sono pubblicazioni, citazioni in articoli di giornali e in Tesi di lauree, consulenze per eventi di rilievo internazionale e altro. Perché allora insistere e chiamare il proprio percorso “laboratorio di fantasiologia” se di fantasiologia non si tratta? Perché non fa una ricerca per controllare se quel nome “fantasiologia”, che tanto gli piace, esiste già e che tipo di valenza, di risonanza ha nel mondo di Internet e non solo? E se ha fatto questo tipo di ricerca, perché ne ignora i risultati? Infine, che “professionista di fantasiologia” è se non fa una ricerca sulla propria materia per capire com’è vista là fuori?

Non ho un uso esclusivo della parola “fantasiologo” o di "fantasiologia" né delle terminologie "corso di fantasiologia", "laboratori di fantasiologia", ma credo che la mia attività sia coerente all’uso di queste voci.

La fantasiologia è confronto, dall’accademico pluripremiato alla persona analfabeta o con un basso livello di istruzione; è studio critico e analitico della fantasia, dell’immaginazione, della creatività, della percezione, dell’associazione, della fantasticheria, della realtà; è lavoro; è ricerca, ascolto e condivisione; è originalità (documentabile); è dimostrazione e concretezza; è Gioco.

 
LA REALTÀ CHE ABITIAMO

Dal design alla letteratura, dall’invenzione del tappo di bottiglia alla poesia, dalla musica al colore verde dei semafori, dalla zebra al pomodoro, dalla matematica al viaggio al centro della Terra, dalla linguistica al Paese delle Meraviglie, dal silenzio all’homunculus, la fantasiologia è interessata a tutto perché fantasia, immaginazione, creatività sono facoltà costituenti l’essere umano.

La realtà che abitiamo è fatta anche di lettere, parole, cose, numeri, arti, gesti, melodie che nascono dai processi della fantasiologia. Chissà per quali stravaganti motivi siamo pronti a sostenere che la fantasia, per dirne una, appartenga al solo momento della lieta spensieratezza, all’età fanciullina, alla sana evasione dal reale e non anche alle cose importanti, alle cose che diciamo esser serie.

 

* Prima pubblicazione in ArteCulturaItaloPolacca. Dalla rubrica "Grilli Per la Testa" - saggio fantasiologico del 08/03/2018

Riscritto e aggiornato: 7 agosto 2020

 

 Per qualsiasi uso citare sempre la fonte.

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[1] Nel testo cito principalmente il trinomio fantasia-immaginazione-creatività ma sottintendo anche la fantasticheria-percezione-associazione-realtà, le sette parole chiave della fantasiologia analizzate più avanti nel saggio “Per andare dove? Le parole della fantasiologia”

[2] Lo scrittore Maurizio De Giovanni in “La Stampa”, 21/05/2017 http://www.lastampa.it/2017/05/21/cronaca/vedi-napoli-e-poi-scrivi-la-citt-e-i-mille-modi-con-cui-gli-scrittori-la-raccontano-DHVCYGOXK1NNMGNTcXjt6I/pagina.html 

[3] La parola “fantasiologia” appare in un gruppo pubblico su Facebook che invita a non vaccinare i propri bambini

[4] Verifica anche con altri corrispondenti, tipo “fantasiology” o “phantasiology”. A parte qualche raro caso di vicinanza al significato dato in questo scritto, nelle varianti straniere la voce è descritta in termini vaghi e poco attinenti allo studio della fantasia, dell’immaginazione e della creatività

[5] https://www.fantasiologo.com/shop/ 

[6] L’Enciclopedia Treccani Online riporta in una scheda la voce “fantasiologo” con il significato di studioso, per come da me inteso. Credo di aver dato negli anni a questa parola un valore che prima di questo momento non le era riconosciuto: http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/articoli/parole/Neologismi_lettori_9.html 

[7]https://www.fantasiologo.com/Massimo%20Gerardo%20Carrese%20-%20viaggio%20in%20italia%20sulla%20fantasia%202006%202007.html 

[8] Sulla carta stampata “fantasiologo” è associato per la prima volta al mio nome nell’articolo “Quel ‘giocoliere’ delle parole capace di tradurre la fantasia”, apparso su il “Corriere della Sera – Corriere del Mezzogiorno” 30 giugno 2006. Qui per leggerlo: https://www.fantasiologo.com/Massimo%20Gerardo%20Carrese%20-%20rassegna%20stampa%20anno%202006.html  

[9] https://www.fantasiologo.com/Massimo%20Gerardo%20Carrese%20-%20rassegna%20stampa.html 

[10] https://www.fantasiologo.com/massimogerardocarreseelencopubblicazioni.html 

[11] https://www.mi-lorenteggio.com/2016/05/03/Archivio45203/48162/ 

[12]https://www.termolionline.it/news/attualita/904489/a-scuola-di-fantasiologia-giocando-e-sperimentando-con-le-immagini-le-parole-i-numeri-e-le-cose 

[13] http://www.gazzettabenevento.it/Sito2009/dettagliocomunicato2.php?Id=116013 

[14] Laboratorio fantasiologico “Spaesa Menti”, con Noemi Marotta per il Festival della Filosofia in Magna Grecia, Puglia 2019 https://www.youtube.com/watch?v=f97UPPwdCRc 

[15] https://www.fantasiologo.com/festival%20fantasiologico%20il%20mattino.jpg 

[16] https://www.artribune.com/mostre-evento-arte/elisa-regna-del-tuo-stesso-apparire/ 

[17] https://www.fantasiologo.com/Massimo%20Gerado%20Carrese%20-%20Musica.html 

[18] https://www.fantasiologo.com/shop/ 

[19]https://www.matesenews.it/caiazzo-napoli-incontri-di-fantasiologia-alla-federico-ii-di-napoli-al-master-di-zooterapia-le-lezioni-del-fantasiologo-caiatino-massimo-gerardo-carrese/ 

[20] Per Matera 2019 Capitale della Cultura https://www.lasiritide.it/article.php?articolo=13595 


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