Intervista

di Cristina Somma

per INCHIOSTRO
rivista a cura della scuola di Giornalismo dell'Università Suor Orsola Benincasa, in convenzione con l'Ordine Nazionale dei Giornalisti


Mai sentito parlare di fantasiologo? Eppure esiste. Si chiama Massimo Gerardo Carrese e spiega, in un’intervista, quale sia il suo lavoro. Le parole fantasia, immaginazione e creatività sono di uso comune eppure vengono, troppo spesso, utilizzate in maniera errata. Esistono delle definizioni e degli studi approfonditi che possono inquadrare bene questi concetti ed un fantasiologo, attraverso delle ricerche e dei giochi, lo sperimenta e lo confuta quotidianamente.

"I bambini sono maestri di fantasticheria, non tanto di fantasia”. Lo afferma Massimo Gerardo Carrese, fantasiologo di professione dal 2001 e laureato, con il massimo dei voti, in Lingue e Letterature straniere con una tesi dal titolo La ruota del tempo fantastico. Gianni Rodari e la traduzione della fantasia.

Quindi cos’è la fantasia secondo Carrese? 

La fantasia è racchiusa nella congiunzione ‘anche’ ed ha a che fare con la ‘possibilità’ che si dimostra, che diventa concreta. Perché qualsiasi cosa può essere anche qualcos’altro e questa possibilità si può mostrare. Ad esempio, se dimostro che dalla sagoma di un telecomando posso creare una sedia, è fantasia. Se non riesco a dimostrarlo, è un sogno ad occhi aperti, una fantasticheria, un giocare al “facciamo finta che…” in cui i bambini sono maestri. La fantasia, invece, insieme all’immaginazione è la bozza concreta del processo creativo. La creatività è metodo progettuale, è la definizione dei vari processi in itinere di fantasia e immaginazione. 

Il fantasiologo cosa fa e come nasce? 

Il fantasiologo studia la fantasia, l’immaginazione e la creatività, sotto ogni punto di vista. Non c’è una definizione tecnica di questa professione, non ne ho mai incontrata una. Pubblicamente organizzo incontri e festival, partecipo a eventi culturali e attività laboratoriali dal 2006. Quotidianamente studio per approfondire queste tre facoltà e ne cerco le tracce in riferimenti bibliografici e studi scientifici, umanistici, ludici e artistici. Ho iniziato le riflessioni sulla fantasiologia ricercando la natura etimologica della parola che comprende il suffisso “-logia”, che richiama il concetto di uno studio, e la parola fantasia, dal greco phaínō, che vuol dire mostrare, rendere manifesto. Questa parola esiste già in un testo del XVIII secolo ed è citata, tra gli altri, anche da Derrida, ma non intesa come studio dell’analisi critica della fantasia e dell’immaginazione. Io l’ho intesa come tale provando a darle una veste metodologica e a individuare una figura professionale di riferimento, il fantasiologo, che si occupasse di queste tre facoltà con basi solide, riferimenti bibliografici e percorsi di ricerca accurati. Le parole fantasia, immaginazione e creatività hanno una storia che riguarda autori di ambiti scientifici, umanistici, artistici e ludici. Quindi non è possibile parlare di queste tre facoltà solo per opinione personale, ma è necessario studiarne la storia e gli aspetti tecnici. Se dicessi, durante un corso di formazione, che la fantasia crea mondi immaginari che non esistono nella realtà, come si dimostra che è una definizione errata e su quali basi? 

Ha basato i suoi studi su quelli di altri fantasiologi? Questa disciplina ha dei discepoli? 

Non ho avuto nessun fantasiologo di riferimento e questo lo considero negativo poiché il confronto professionale è importante per crescere e capire le cose. Ho studiato però i vari aspetti di fantasia, immaginazione e creatività, estrapolando da questi studi le mie opinioni. Oggi mi confronto con chi, con competenza, si occupa delle tre facoltà e i miei ‘discepoli’ sono insegnanti, formatori e professionisti che ritengono validi i miei percorsi teorici e strumenti pratici. Ci sono persone che si definiscono fantasiologhe ma da un confronto, ricercato da me, ne viene fuori che si approcciano a queste facoltà solo per interpretazione personale e non anche per studi accurati a cui dedicarsi con serietà. Mi confronto pubblicamente con la materia anche in occasione di un Festival fantasiologico che organizzo in Campania dal 2017 a cui partecipano studiosi e artisti di rilievo nazionale ed internazionale. 

Lei ha creato anche dei “giochi fantasiologici”, cosa sono? 

Sono dei giochi linguistici, matematici, artistici, gestuali e musicali che invento per capire come funzionano i processi delle tre facoltà. Giochi “trasversali” adatti sia per adulti che per bambini. Uso un duplice piano per questi giochi: uno evidenzia l’esistenza di processi tecnici, l’altro le meraviglie della propria unicità. In alcuni il riscontro è universale e mostra in modo tecnico alcune caratteristiche, mentre in altri è personale su base emotiva, individuale. 

Che ruolo ha avuto la fantasiologia durante la pandemia? 

Ho tenuto degli incontri online che hanno aiutato le persone a cercare la bellezza della quotidianità e della semplicità negli oggetti che avevano in casa. La pandemia ci ha fatto capire che non dobbiamo sottovalutare l’incontro fisico, fatto di sguardi. La fantasia regge sulle relazioni: più cose conosci, più possibilità hai di svilupparne. Il desiderio di conoscenza alimenta i processi delle tre facoltà. In questa pandemia abbiamo smesso di desiderare e ci siamo accontentati di desideri passivi. 

Lei ha teorizzato il panassurdismo. Cos’è? 

Il panassurdismo prova a dare una spiegazione logica e giocosa a eventi apparentemente assurdi. Ad esempio, attraverso un gioco che si chiama “e-tre” dimostro che la frase “tutte le parole italiane sono uguali”, sia assurda quanto vera, così come posso dimostrare che esiste un pesce con le zampe. Ne parlo durante un mio spettacolo divulgativo e le persone restano interdette, credono che stia fantasticando. Poi chiedo di fare una ricerca e scoprono che esiste. Questo percorso logico e ludico permette di vedere la bellezza in eventi che, per pregiudizio, sarebbero additati come impossibili. 

Quindi si può dire che questa voglia di conoscenza che induce a ricercare le prove anche in affermazioni assurde, fa di lei un curioso? 

Sì, mi sento un curioso, anche dal punto di vista etimologico. Uno che ha cura delle cose, che ha a cuore delle cose che sembrano stranissime, come “tutte le parole italiane sono uguali” o “pesce con le zampe”, che paiono improbabili come “esiste una storia della fantasia, dell’immaginazione e della creatività”. Mi prendo cura di affermazioni apparentemente strampalate. Ho assoluto piacere di dimostrare il contrario, di condividere con le persone possibilità.

1 luglio 2021

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©2005-2022. Massimo Gerardo Carrese