GIOVANNI VACCA

Che cos’è la fantasia? Quali le eventuali differenze con l’immaginazione e la creatività?
Quando mi è stata chiesta una riflessione sulla fantasia, e sulle sue differenze con immaginazione e creatività, la mia prima tentazione è stata quella di documentarmi su questi tre aspetti del pensiero umano, in modo da poter dire qualcosa di serio, di ‘scientifico’. Poi mi sono detto che forse bastava fare affidamento sulla mia esperienza, anche in rapporto alla mia frequentazione del mondo del lavoro (e, soprattutto, del mondo dell’industria culturale con cui mi confronto da trent’anni) e cioè del modo in cui il valore sociale della fantasia, dell’immaginazione e della creatività viene messo al servizio del profitto in una società che è appena uscita proprio da quell’epoca industriale in cui questo processo di utilizzazione ha avuto inizio.

Si tratta dunque di riflessioni sparse, espresse come se fossero dette in una chiacchierata informale, più che scritte.

Le tre parole confinano tra di loro, a volte si intrecciano, per certi aspetti si nutrono a vicenda. Se dobbiamo distinguerle, però, comincerei dalla creatività. Si può essere creativi in tutto, anche nel lavoro più umile, in quello più noioso. Si può essere creativi nel preparare un piatto di pasta come nell’organizzare la propria giornata e certamente la creatività aiuta a vivere meglio, riducendo la noia e la banalità della vita quotidiana. La creatività, dunque, potrebbe essere sinonimo di ‘originalità’ ma, al giorno d’oggi, essa è pensata come una risorsa anche nel mondo del lavoro, un mondo in cui è ormai praticamente tramontata la fabbrica basata sulla catena di montaggio: quest’ultima, infatti, necessitava che il lavoratore non fosse creativo e che, anzi, si adeguasse all’uniformità richiesta dal modello produttivo. Nel mondo del lavoro dei nostri giorni la creatività è invece quel valore aggiunto messo al servizio delle direttive del personale dei piani alti per migliorare i rendimenti e, nello stesso tempo, gratificare il lavoratore: i classici due piccioni con una fava, insomma.

L’immaginazione implica già, a mio avviso, un distacco dalla realtà contingente, la capacità di trascenderla per modificarla. L’immaginazione ha, pertanto, uno statuto diverso, una marcia in più, potremmo dire. L’immaginazione può essere pericolosa (si può immaginare una società diversa, per esempio) e in ambito lavorativo essa è oggi riservata ai ‘colletti bianchi’: grafici, designer, manager, che sono esortati ad utilizzarla perché da loro, un gradino sotto ai nuovi padroni del vapore (oggi forse li potremmo chiamare i padroni del software o della rete), non si ha nulla da temere, salvo qualche possibile eccezione (un grafico che si mette in proprio, per esempio, e che fonda una sua azienda). Ma le maestranze, però, no: forse è meglio che si accontentino di una già più che gratificante creatività…

La fantasia, infine, è il livello più alto: essa implica il distacco completo con la realtà. Nel senso comune è sinonimo di scarsa concretezza, di inaffidabilità, ed è tollerata solo nelle personalità artistiche, purché, prima o poi, tali ‘artisti’ siano produttivi, creino ricchezza concreta in chi investe su di loro, altrimenti la loro fantasia è condannata come inutile e dannosa. La fantasia è stata il motore più antico della cultura: i miti, le fiabe, le leggende, i simboli, tutto ciò che organizzava l’universo anticamente, era prodotto dalla fantasia, anche se all’epoca la si credeva realtà. Poi, con il “disincanto del mondo”, la fantasia rifluì quasi esclusivamente nell’arte. Oggi, nel campo del lavoro, l’ambito della fantasia è ancora più ristretto rispetto a quello della creatività e dell’immaginazione: essa trova praticamente spazio solo nelle arti di intrattenimento come cinema, televisione, fumetto, teatro, musica, pittura, scultura, architettura, ed è premiata solo se genera consenso e se non turba eccessivamente l’ordine sociale, il che ha una sua logica. Che la fantasia, infatti, debba per forza essere oppositiva all’ordine sociale è un retaggio romantico: miti bellissimi e leggende straordinarie possono anche legittimare, con i simboli che evocano, società asfittiche di tipo tradizionale. In egual misura è sterile il dibattito, sempre aperto, su quanto la tecnologia in cui siamo immersi possa inibire la fantasia. Un bambino che riesce ad immaginare di stare seduto su un cavallo mettendosi tra le gambe un manico di scopa non è necessariamente più fantasioso di un bambino che usa un dispositivo elettronico: la fantasia del primo, infatti, sarà inibita dai limiti del mondo che quell’atto gli apre mentre quella del secondo dalle possibilità che il software di quel dispositivo offre, in gran parte riflesso, naturalmente, degli interessi di chi quel software produce.
La fantasia è dunque una risorsa in sé, qualcosa che l’essere umano attiva quando, letteralmente, ‘crea’ la realtà. Saranno i rapporti di potere e di forza, le dinamiche sociali, i contesti in cui è immersa a decidere i destini della fantasia, così come sono gli stessi rapporti di potere, le stesse dinamiche sociali e gli stessi contesti a decidere il destino di creatività e immaginazione. Quello che conta è non tarparli alla fonte, non impedire a chiunque di essere creativo, di avere immaginazione e, soprattutto, di avere e sviluppare la propria fantasia: un rischio che si corre solo quando queste componenti dello spirito umano vengono unicamente messe al servizio della produzione e non valorizzate per il benessere immediato che producono, per la loro funzione eminentemente ludica che posseggono.
Giovanni Vacca

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Questo testo è redatto dall'autore esclusivamente per il Festival Fantasiologico 2017


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