Massimo Gerardo Carrese, 2021

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POESIA ALGORITMICA
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POESIE GIOTTOSE

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adesso, che siamo distanti, da tempo, almeno un po’
ma non distinti, per il momento, credo,
che è come dire che anche un giorno o due è già tanto tempo
e che il tempo amplifica gli istanti e anche gli incanti, nevvero
che per me la distanza è un prefisso,
scrivevo in un appunto del 93,
e una sporgenza dell’istinto

che qui volevo dirti che non so cosa dirti
come sul 56 quando mi raccontavi dei reperti
e dei riti e dei ritmi ai concerti
ma vorrei dirti, adesso sì, rammento,
che oggi ho visto la luna piena in pieno giorno,
un giorno vuoto senza di te
per me
non sei una mancanza ma una differenza

e che poi penso a quando in libreria,
tra scaffali frattali, abbiamo letto insieme una poesia e quel verso,
che faceva “ora che mi hai, lasciami” e che era vento nel nostro cuore,
e che poi ce lo siamo ripetuti ad alta voce, anche un altro verso,
"e che tu mi hai accarezzato il volto e mi hai sradicato dal cielo con un tuo sussurro",
che emozionarsi per la poesia è come quella spina di rosa sui vestiti che non ti lascia andare via,
adesso non riesco a dirlo meglio e che la rima poesia e via è solo un caso,
ma volevo anche ricordarti che il caso non esiste e che sussurro è una parola che mi fa svenire e divenire
e anche ringiovanire, all’occorrenza
e, colgo l’occasione, per rivelarti  
che di te ho desiderio di toccare le labbra,
che non ho mai baciato, finora,
sono grave, lo so
e lo immaginavo anche in città
quando quello ti parlava dell’argento vivo
e io guardavo la mia pelle astratta
tra le tue mani

[Massimo Gerardo Carrese, inedita]

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solo ieri, eravamo alberi e riverberi
e nuvole funambole
e primule campanule
e rose chiuse
e giacinti dipinti
e ginestre orchestre
e portali a spirale
e ardesie amnesie
e le nostre muse e le fantasie.

solo ieri, oltre la betulla spalla,
tra la magnolia e l’ornella,
guardavi nel nulla
e parlavi col capo chino
e con la mano sugli occhi
di quell’edera damiera
che ti faceva strada all’imbrunire
e di quella gatta astratta nel frammento di latta
e di quel vento, che qui m’invento
e della foglia spoglia che non più germoglia
di me solo un’ambra ombra
sul tuo seno tirreno.

[Massimo Gerardo Carrese, inedita]

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109
e siamo stati nelle cisterne e nelle taverne
e nelle grotte benfatte e sulle chiatte disfatte
e nell’eterna saliva materna e paterna 
e nei chioschi e nei boschi
 
e siamo stati nelle acque del mare giullare e nell’infinito di un dito
e guadato fiumi senza più trame e bevuto da un lago
e per te ho provato giacche e cravatte e tu per me gonne
e minigonne ma poi ci siamo piaciuti come miti eremiti, nudi
 
e siamo usciti da chiese pretese e da case meduse
e mangiato e cucinato riso e coltivato una rosa
e dipinto mimose e altre cose
e siamo andati dal neurologo e dal ginecologo
e dal sismologo e dal meccanico
e poi dal postino per quella ciliegia dalla Norvegia
e da tuo padre per quella bugia
e dal rugoso sabbiatore e dal villico fiorista
e dal vetraio e dal costruttore e dal gaio birraio
 
e ci siamo vestiti e spogliati, ma più spogliati
e anche più vestiti, e ci siamo lavati i fianchi
e i fiati stanchi e i culi loculi e le ali e le mani  
e poi letto cartoline alpine e celebri libri e storie diarie
e parole varie e scritto poesie e frenesie
e siamo andati in montagna e in campagna
e in pianura e sui berberi alberi
e parlato con giocatori e minatori e miniatori
e annaffiato geometriche pietre e gettato fiori amari
 
e siamo andati in Grecia e in Mongolia
e in Giappone e in Sicilia
e nel deserto in Polonia, che forse più non esiste,
e nel Sahara, che ancora resiste,
e siamo andati da tua nipote, che ricordo a malapena,
e da mio nonno, che ti faceva pena, già da morto
e siamo stati in ozi negozi e a matrimoni strazi e sazi
e dietro, ma anche un po’ dentro, a bare al funerale
e al cinema per una lacrima pagata
 
e ho amato la tua schiena nei venti dell’altalena
e tu le mie pagane mani
e abbiamo spento la luce e fatto colazione
e abbiamo sorriso e disegnato e cancellato
e parlato a silenzi assenzi e a cani e a divani
e abbiamo suonato il boato e giocato al califfato
e poi volato e sprofondato
e pensato agli altri noi e a te e a me
e alle eluse muse, alle cause e tropopause

[Massimo Gerardo Carrese, in Tropopausa, Ngurzu Edizioni 2017]

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19.
oggi mi manca il tuo sguardo azzardo
blu come il sale arsenale
bianco come l'oro alloro
verde come il pianto incanto
nero come gli alberi liberi
rosso come la notte donchisciotte
acquamarina come il piede in buonafede
ambra come lo squilibrio dell’occhio
avorio come l’idiota patriota
malva come l’osceno reno
viola come la luna duna
giallo come l’arca forca
rosa come la curiosa mimosa
oggi mi manca il tuo sguardo azzurro
e il sussurro della tua mano nella chiara certosa
e le apriscatole parole tra le silenti colonne
e il vento accento dei tuoi aneliti vestiti
l’affresco obelisco
il banco arabesco
il tuo bacio adagio
il libresco portale
la grotta interrotta
il pavimento del mare
la luce controluce
il mistico acrostico
la tua bacca bocca
il tuo seno battibaleno
la brace portavoce
l’amore albergatore
il tuo respiro papiro
il mirto nell’aperto orto
l’acqua cisterna del soffitto
il grande carro nel singhiozzo
e la statua potente che guardavi
e la statua vacua che ti guardava
Massimo Gerardo Carrese, da Tropopausa (Ngurzu Edizioni 2017)


disegno di Massimo Gerardo Carrese, copertina Tropopausa (2017)



disegno di Massimo Gerardo Carrese, in Tropopausa (2017)



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