Magie gergali

di Massimo Gerardo Carrese

  (pubblicato su Rivista "InArte" - agosto 2008)

 

pubblicato anche sul sito della Società Dante Alighieri Polonia, "Imparare la lingua giocando", giugno 2012

La parola gergo deriva dall’antico gergone, che riproduce il francese antico jergon (sec.XII) ‘linguaggio degli uccelli’. Il gergo è un linguaggio alternativo e convenzionale, comune a una specifica categoria di persone; è criptico, allusivo e nasce dalla volontà di creare una forma di comunicazione settoriale, familiare, dialettale, scurrile, burlesca, maliziosa, metaforica; è un modo di esprimersi distinto da altri linguaggi e adotta perlopiù parole a doppio senso. E di gerghi ne esistono diversi: militare, aziendale, sportivo, studentesco, cinematografico, malavitoso, giornalistico, automobilistico, teatrale, politico, burocratico, e via dicendo.

Ciò che più incuriosisce è la capacità dell’individuo di adattare parole o frasi di uso comune e renderle in codice quando vuole riferirsi a parti del corpo umano. Il gergo, nel caso specifico, dà origine a linguaggi poetici, triviali, enigmatici i cui significati, abilmente nascosti, rendono difficile, se non impossibile, la comprensione all’ignaro ascoltatore o lettore, ma non certo a chi conosce le ‘segrete parole’. Scopriamo così che la bocca, ad esempio, è chiamata «via del pane», «bosco», «cloaca», «sala da pranzo» o «scarpa rotta»; che i denti sono definiti «perle» ma anche «fagioli», e le braccia «barbacani» o «manovelle».

L’immaginazione gergale è talmente stratificata che una parola come «pantofola» non descrive più un tipo di calzatura, ma addirittura la mano; i capelli diventano l’«abitazione della fanteria»; le gambe il numero «undici». La «cavalla rossa» è la lingua, le «natiche del naso» sono le narici, lo «sparafumo» è il naso. Le orecchie sono i «forami del cervello»; gli occhi sono «cannucce» o «punteruoli»; il viso è una «pipa»; la gola un «cannone della stufa»; l’addome un «buffet», «gasometro», «strada storta» o «magazzino dei fagioli»; la testa un «portacappelli», «cassa delle corna», «forma del cappello», «nomine patris», «tricche-tracche» o «piano di sopra». 

Nel gergo popolare non manca quel tipo di fantasia linguistica, probabilmente la più ricca e licenziosa, che allude agli organi sessuali. La parola pene, ad esempio, si mimetizza in espressioni quali «agente principale dell’umanità», «padre dei santi», «migliore amico»; si cela in nomi di animali: «felino», «agnello»; in nomi di persona e frati: «Bartolomeo», «Pasquale», «fra Martino», «fra Bernardo»; in strumenti musicali e professioni: «flauto», «spazzacamino», «pittore». Stessa sorte per l’organo sessuale femminile chiamato «Antonia», «Simona», «chitarra», «farfalla», «fonte d’ogni delizia», «quel fatto», «giardino», «sacco a pelo», «cammino del paradiso», «geometria», «madre delle sante», «breviario d’amore», «fiore», «conchiglia».

Il linguaggio gergale, che in genere si sviluppa dalla necessità di non farsi capire da chi si vuole tenere a distanza e quindi mira a garantire l’identità di gruppo, con le sue magiche trasformazioni rivela l’articolata realtà delle parole.

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