Il dolce far niente

di Massimo Gerardo Carrese

(pubblicato su Rivista "InArte" - marzo 2008)

 pubblicato anche sul sito della Società Dante Alighieri Polonia, "Imparare la lingua giocando", giugno 2012

Il poeta e favolista francese Jean de La Fontaine aveva così concepito il proprio epitaffio:
«Qui giace Jean, che se ne andò in punta di piedi com’era venuto. Ritenne non necessarie se non inutili le ricchezze, tanto che mangiò tutto, rendite e capitali. Volle fare buon uso del tempo: lo divise in due parti, e passò l’una a dormire e l’altra nel dolce far niente». (da Pierre Larousse)[1]

Il dolce far niente è espressione ambigua per indicare l’inattività di una persona poiché ogni individuo valuta in modo soggettivo lo ‘stare in ozio’: un impiegato che torna a casa dal lavoro perde il proprio tempo guardando i programmi televisivi, il critico televisivo invece lavora su quei programmi ed elabora riflessioni sistematiche; un pensionato per oziare si dedica a lunghe passeggiate nel bosco, ma il bosco per il botanico rappresenta il luogo di studio e di ricerca; un paziente in una sala d’attesa perde tempo leggendo riviste mediche, ma il ricercatore su quelle riviste pubblica articoli di importanti scoperte scientifiche.
Ogni persona ha proprie idee, opinioni, modi su come svagarsi e adotta a seconda dei contesti o degli ambienti in cui si trova soluzioni variabili per soddisfare al meglio questa sua voglia o necessità.

È risaputo che, per perdere tempo, bisogna avere del tempo libero a disposizione o almeno essere benestanti quanto basta per non lavorare e godere così di lunghi momenti d’ozio finalizzati al divertimento e al riposo. Molti sono gli esempi della lingua italiana che alimentano con parole, suoni e immagini la nostra fantasia per indicare quel personaggio che, per un dato di fatto o per colpa di un pregiudizio, è chiamato sfaticato o sognatore.

L’italiano offre una nutrita lista di parole create per descrivere la persona che non fa niente, così come dispone di svariati vocaboli per dire chi è attivo, e si sbizzarrisce a comporre termini formati perlopiù da suoni eccentrici, da espressioni e modi di dire originali, e talvolta crea significati nuovi da parole composte già esistenti, ad esempio ispirandosi a vocaboli coniati per nominare strumenti di cattura (acchiappamosche).

In genere, la persona che spreca il proprio tempo senza concludere niente o che ama starsene in ozio è chiamata perdigiornata o perdigiorno, da ‘perdere’ e ‘giorno’ (in toscana è consigliato l’uso del termine svagolato, da svagarsi). Il suono stravagante del termine aggeggiare rappresenta chi perde tempo in cose futili, vocabolo che probabilmente ha ispirato la formazione della parola aggeggio ‘cosa da nulla, gingillo’, derivato forse dall’antico francese agiets ‘ninnoli’. Il ninnolo è il giocattolo, il trastullo, e ninnolare - intensivo di ninnare ‘cullare un bimbo cantando la ninnananna per farlo addormentare’ - significa perdere tempo inutilmente o in trastulli da ragazzi. 
Il composto attaccabottoni indica la persona che fa perdere tempo agli altri con discorsi noiosi, interminabili e spesso fastidiosi.
Il senso figurato della parola ciondolare descrive chi ama stare in ozio o gironzolare oziando. Il ciondolone è il fannullone, la persona che va bighellonando. Il composto maggiociondolo, oltre ad essere il termine botanico usato per specificare la pianta del genere Laburno, chiarisce il senso figurato del verbo ciondolare: maggio è il mese in cui i fiori pendono, ciondolano e dunque dondolano. Dondolare, in senso figurato, indica lo stare senza far niente, insomma star bighelloni. E il detto Aspettar che venga maggio vuol dire ‘non fare quello che si dovrebbe, cioè perdere tempo’.

Il verbo bighellonare e il sostantivo bighellone - da bigolone ‘grosso spaghetto ciondolante’ - rimandano all’individuo che girella senza scopo, che va a zonzo senza concludere nulla, che trova ogni pretesto per fare poco o niente. Le sue varianti sono badalone, battifiacca, flâneur (vocabolo francese entrato nel lessico italiano da flâner per gironzolare), gingillone, girandolone, girellone, michelaccio che familiarmente rappresenta un vagabondo, un bighellone per l’appunto, dal nome di persona Michele che si estende nelle locuzioni Fare il michelaccio, vita di Michelaccio (‘vita oziosa e spensierata’); L’arte, la vita di michelaccio cioè ‘mangiare, bere e andare a spasso’.

Il fannullone è la persona pigra che non ha voglia di far niente, la cui caratteristica fannullaggine o fannulloneria s’incontra nelle parole brindellone ‘chi veste sciattamente più per poltroneria che per miseria’, lavativo ‘persona che non ha voglia di lavorare’, lazzarone ‘scherzosamente nel significato di poltrone’, mangiaguadagno nel significato di ‘chi vive alle spalle altrui senza lavorare o lavorando poco e svogliatamente’, nebulone, pappaceci, pelandrone, ribaldo (accezione arcaica: era detto ‘durante il Medioevo del soldato di umile condizioni, dedito alla rapina e al saccheggio o, anche, persona di infima condizione sociale dedita ad attività disoneste, a rubare, a imbrogliare’), scannaminestre (obsoleto: nella sfumatura di significato dello spregiativo millantatore, fanfarone), scioperato, perditempo, sfaccendato, sfaticato, e raramente vagabondo ‘chi non ha molta voglia di lavorare e ama bighellonare oziosamente’.     
Il senso figurato di gingillarsi indica perdere tempo in cose di poco conto, stesso significato che incontriamo nelle parole baloccare, donzellarsi, trastullarsi.

Il dolce far niente prende forma anche nei vocaboli giostrare ‘andare in giro inutilmente’, gironzare, cazzeggiare ‘essere inconcludente, perdere tempo’, cincischiare o incischiare (il cincischione è la ‘persona fannullona e inconcludente’), acchiappafarfalla ‘retino per catturare farfalle, ma anche chi perde il proprio tempo senza far niente’, acchiappamosche, acchiappanuvoli o chiappanuvole ‘persona inconcludente o che si perde in fantasticherie’.  

Varianti del ‘perder tempo’ si esprimono anche con i modi di dire, tra i tanti: metterla in musica, portare acqua con la salimbacca; fare storiare qualcuno; farsi le pippe; andare attorno o andare dattorno.

Il dolce far niente, qui presentato solo in alcune delle tante forme possibili di cui la lingua italiana gode (si pensi alle varianti dialettali del perdigiorno, es. in alto casertano u ∫chiacciavasë, chi è seduto sulle panchine a oziare, o la locuzione vuttë e’ pret a ∫ciummë, gettar le pietre in acqua senza produrre alcunché), ci suggerisce una riflessione: anche quando non facciamo niente facciamo qualcosa, cioè pensiamo. In tal senso, la figura del perdigiorno in assoluto non esiste. E così il dolce far niente sembra essere solo una delle tante illusioni prodotte dalla nostra mente. 


[1] La citazione è tratta da Michele Francipane, Dizionario degli Aneddoti, Bur, Milano 2002.

Per le definizioni delle parole del dolce far niente e per i relativi modi di dire si sono consultati i Vocabolari della Lingua Italiana Zingarelli 2008, De Mauro Paravia 2007, Palazzi 1982, Devoto Oli 2008.


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