
(appunti)
11 08 2026. La data di oggi.
Ma è soltanto una data?
Prendo i primi quattro numeri:
11 → 1 + 1 = 2
08 → 0 + 8 = 8
e allora
2 + 8 = 10
Poi gli altri quattro e guardo l’anno:
2026 → 2 + 0 + 2 + 6 = 10
Dieci.
Dieci e dieci.
Una piccola bella coincidenza. Giorno e mese da una parte fa 10. Anno dall’altra fa 10.
2 + 8 = 10
2 + 0 + 2 + 6 = 10
Direi che è un equilibrio. Quattro cifre da un lato che danno 2 (1+1) e 8 ( 0 + 8) e quattro cifre dall’altro che danno 2 (2 + 0) e 8 (2 + 6). Sì, è un equilibrio. Equilibrio mi porta a bilancia. È una bilancia, forse. Ma la bilancia non è dentro la data. La bilancia ce la metto io dopo, per la questione dell’equilibrio. Prima ci sono solo i numeri. Ecco a me quel “solo” proprio non piace. Allora ho deciso di guardarli quei numeri in un certo modo e qualcosa succede. Lo so già cosa succede? Oggi no, oggi vado per tentativi. Con altre date lavoro con un progetto preciso, oggi lavoro per tentativi, invece. Allora ecco, posso anche guardare la data di oggi come somma 2 + 8 = 10. E quest’altra strada pure mi interessa.
Ma perché proprio una somma? Questa è la domanda che mi devo fare. Cioè io lo so ma adesso devo spiegarlo e allora perché, davanti a 11 08 2026, ho pensato di sommare e non di sottrarre? Perché non moltiplicare? Perché non dividere? Perché non prendere le cifre a coppie, invertirle, accostarle, cercare una simmetria visiva? La risposta, che è la mia risposta, è che mi piacciono le somme e allora è la prima operazione che faccio. Ma forse è anche l’operazione più elementare per mettere insieme delle cose. Prendo due elementi separati e li faccio stare nella stessa relazione. 11 diventa 1 + 1. 08 diventa 0 + 8. Poi quei due risultati, 2 e 8, li sommo. Non sto ancora cercando una forma particolare. Sto semplicemente provando a vedere cosa succede se metto insieme. Per prove ed errori. E allora mi accorgo che 2 + 8 fa 10. A quel punto guardo l’anno. E provo la stessa cosa: sommo le cifre. 2 + 0 + 2 + 6 = 10. Qui succede qualcosa. Non perché il 10 fosse il risultato che cercavo prima di cominciare. O almeno non consapevolmente. Succede perché una prima operazione molto semplice mi porta a un risultato e quel risultato mi invita a guardare di nuovo la data. È come se il primo calcolo producesse una domanda per il secondo. E questo mi interessa più della coincidenza in sé. Il gioco sulla data di oggi nasce anche dalla scelta del primo gesto. Non è sempre l’addizione il mio primo gesto ma forse è quello più frequente. Oggi l’addizione è il mio primo gesto. E solo dopo scopro che quel gesto produce una relazione interessante. Potrei dirlo caso. Ma quello che so è che se decidessi di fare la sottrazione troverei altre strade, forse non equilibri come quello dell’addizione ma altre strade. Che ora decido di non percorrere. Decido di non giocare alle altre operazioni ma solo all’addizione.
Non voglio trovare il significato nascosto delle cose, mi sembra un complotto questa cosa qua del dire “nascosto”. Non credo che dietro (anche “dietro” mi sa di complotto) l’11 agosto 2026 ci sia davvero, da qualche parte, una bilancia che aspettava di essere scoperta. No, adesso sto divagando. La bilancia la invento io. Allora mi piace inventare il significato delle cose. Non mi piace dire dietro o nascosto. O meglio: invento la possibilità di vedere una bilancia, a posteriori e a priori, dipende dal progetto, dal mio percorso creativo, oggi è a posteriori, per prove ed errori. E questa differenza mi sembra importante, dico dell’a priori e dell’a posteriori. La matematica qui, intanto, è corretta. Il calcolo torna. 2 + 8 fa 10.
Nessuno mi obbliga a fare 1 + 1. Nessuno mi obbliga a sommare il risultato del giorno con quello del mese e vederne il risultato nell’anno. Avrei potuto fare altro. Avrei potuto prendere 11 e 08 e costruire un’altra relazione, magari non numerica, di altro tipo, come faccio spesso quando vado in giro a raccontare la fantasiologia. Avrei potuto dividere, sottrarre, moltiplicare, ribaltare, rimpicciolire, ingrandire una parte dei numeri….Avrei potuto guardare le cifre come forme, come ritmo, come sequenza musicale.
La fantasia dice: e se? E se sommassi queste cifre? E se le mettessi in questo ordine? E se il 10 che compare da una parte fosse lo stesso 10 che compare dall’altra? E se questa coincidenza potesse diventare qualcos’altro? Non sto scoprendo una proprietà segreta della data. Sto costruendo una possibilità di lettura. È questo il gioco che chiamo “Oggi è uno di quei giorni.”
Prendo una cosa ordinaria, una data, una di quelle informazioni che normalmente passano senza lasciare traccia, e provo a smontarla. La data serve a dire che giorno è. 11 agosto. Anno 2026. Fine. Ma io voglio vedere cosa succede se non mi fermo lì. Tolgo la data dalla sua funzione normale. La apro. La scompongo. La faccio passare attraverso una regola che ho scelto io. E allora la data smette, per un momento, di essere soltanto una data. Ecco la congiunzione ANCHE: la data è anche qualcos’altro. Non è che la data smette di essere data ma sono io che cambio il modo di guardarla.
Forse è questo il punto. La fantasia cambia le cose ma può anche non cambiare le cose. Cambia certamente le possibilità di vedere le cose. L’immaginazione? Una volta trovato il 10, posso immaginare una forma. 10 = 10. Si diceva una bilancia. Bene. Ma com’è fatta questa bilancia? Due piatti e un solo equilibrio? Da una parte il giorno e il mese, dall’altra l’anno? Una cosa semplice? O la bilancia ha quattro piatti con due pesi ciascuno sopra? È una bilancia che sta fissa a terra? È aerea? Ecco l’immaginazione: figurarsi la forma. La bilancia forse è una forma semplice. Sì. Ma proprio questa semplicità mi interessa. Perché la semplicità non è sempre semplice da trovare. E poi penso: solo una bilancia? Perché fermarmi alla prima immagine? Se posso vedere una bilancia, posso vedere anche altro e allora la fantasia e l’immaginazione lavorano insieme. Costruisco una bilancia ma posso anche costruire un ponte, una porta, una figura, un ritmo, un segno, una frase, un’immagine che ancora non so nominare. E il gioco si apre, si apre, si apre, e io pure mi apro, mi apro, mi apro, e la data si chiude e si apre a essere altro. Sarebbe bello trovare davanti ai negozi un cartello con su scritto “Chiuso per apertura. Torno subito.” A significare che mi sono allontanato per andare a pensare, per andare a creare, a trovare le cose, a progettare. A trovare le aperture. Torno alla data. Non c’è una verità nascosta dietro la data. Questa cosa del nascosto proprio non mi piace. Ci sono possibilità. Sono assenti, forse. Quante cose sono assenti nella data di oggi? Quante cose che non vedo, non so trovare, non so inventare? Non lo so. Che bello non sapere! E forse non deve esserci un numero sempre a tutto. Il gioco non serve a trovare la soluzione. Serve a progettare possibilità di soluzione. E allora mi viene un dubbio. Sicuro che sia tutto arbitrario? Sì e no. La scelta della regola è mia. Questo è arbitrario, se vogliamo chiamarlo così. Ma una volta scelta la regola, il risultato non è più arbitrario. Se decido che oggi gioco a questo gioco, allora devo rispettarne le regole. 11 diventa 2. 08 diventa 8. 2 + 8 fa 10. 2026 diventa 10. La relazione è verificabile. La scelta della relazione, invece, è mia. Forse è proprio questo che rende il gioco rigoroso: non il fatto che la relazione fosse già lì ad aspettarmi, ma il fatto che, una volta stabilita la regola, io non possa più barare con il risultato. E allora la fantasia non è il contrario della logica. La fantasia è la logica che apre il campo per vedere cosa succede dentro quel campo. L’immaginazione dà una forma a quello che ho trovato. E poi, se decido di continuare, ecco la creatività. La creatività prende quella possibilità (fantasia) e quella forma (immaginazione) e le porta da qualche altra parte. Questa trasformazione la organizza, la finalizza, la sistema. Dice a che cosa serve, che metodo hai usato, se è una trasformazione originale, se è sorprendente, verifica le scelte fatte dalla fantasia e dall’immaginazione e se il percorso trovato è eticamente accettabile. Insomma, controlla l’intero processo. Allora la fantasia e l’immaginazione lavorano in bozza, il che non vuol dire in astratto o solo mentalmente. Tutt’altro. Però non definiscono il processo. Quello lo fa la creatività. Allora la creatività mi fa chiedere a cosa serve tutto questo? A niente? È una risposta che comunque mi piace. Anche il niente ha una sua utilità. Ma forse serve anche a qualcosa questo mio pensare. Serve a me, sì, ma forse pure a qualcun altro. Quando vado a fare gli incontri mi dicono che quello che faccio e che dico è utile. Mi raccontano le varie utilità. Pedagogicamente, per esempio, mi dicono che prendere una data e smontarla significa imparare che un’informazione non deve essere soltanto ricevuta. Posso guardarla. Posso modificarne la rappresentazione. Posso ricombinarla. Non cambio il dato, la data, cambio il modo in cui posso pensarci intorno. I numeri smettono per un attimo di essere soltanto numeri che contano una data. Diventano pezzi. Con i pezzi posso costruire qualcosa. Una bilancia, per esempio. Poi c’è la parte sociale. Mi dicono che una coincidenza numerica è una cosa che viene voglia di raccontare. Guarda cosa ho trovato. Guarda questa data. Guarda che succede se faccio così. Una piccola scoperta privata diventa una cosa condivisa. Un micro-mito, forse. Non un mito nel senso grande, in ogni caso. Una piccola storia che dura il tempo di una conversazione. Ecco. Poi c’è la psicologia. La mente cerca forme, mi dicono, e cerca ordine. Un altro ordine da quello diretto della data. Credo sia anche una questione più interiore: si prova una piccola soddisfazione quando troviamo una coincidenza. Mi dicono anche che quel piccolo ah-ah ci emoziona. Poi c’è l’antropologia. I numeri sono stati caricati di significati per secoli. Numeri fortunati. Numeri sacri. Numeri da evitare. Numeri che promettono qualcosa. Il mio gioco però non vuole dire che il 10 abbia un significato nascosto. Non vorrei fare della numerologia anche se qualche persona che incontro mi racconta di esoterismi ma io insisto su altro perché anzitutto voglio promuovere il movimento con cui una cosa ordinaria può diventare speciale. Una data qualunque diventa, per un momento, una data su cui giocare, da guardare in altri modi. Non da caricare di significati esoterici. Poi c’è l’estetica. La simmetria. Il 10 da una parte. Il 10 dall’altra. O la somma matematica 2 + 8 = 10, che è un’altra simmetria. Una cosa semplice. Ma bella proprio perché non ha bisogno di molto. E poi c’è l’arte. Perché a un certo punto il calcolo non mi basta più. Voglio farlo vedere. Voglio decidere come appare. Una pagina. Un’immagine. Una sequenza. Una performance del segno. Il calcolo diventa forma. La forma può diventare emozione. E allora il gioco diventa anche un laboratorio. Un laboratorio è un labirinto. “Oggi è uno di quei giorni” è un esercizio per non prendere il mondo così come arriva. La data di oggi continua a essere 11 agosto 2026. Ma io ci vedo dell’altro. E provo a condividerlo. È questo il punto. Ma non l’unico perché poi è bello anche capire cosa una data fa dire a me, di me.
