

Il 4 luglio 2026, ad Allumiere, nel territorio di Roma, sono entrato in un luogo singolare: un’ex base militare disseminata di grandi e piccole antenne paraboliche. Un luogo dove il paesaggio racconta ancora una funzione tecnica precisa, ma dove le cose sembrano voler raccontare anche altro.
Qui ho partecipato a un convegno formativo in residenza, proponendo una formazione fantasiologica dedicata all’educazione immaginativa, con particolare attenzione ai processi inclusivi e al rapporto tra corpo, suono, gesto e linguaggio.
Il titolo del convegno era “Ti vedo perché ti penso”. L’educazione immaginativa oltre la linea di vista, rivolto a docenti e curiosi, organizzato dall’Istituto Statale Augusto Romagnoli e dal Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi Roma Tre.
Con me erano presenti, come formatori, Iacopo Balocco, Enzo Bizzi, Fabio Bocci, Gerardina Fasano, Fabio Fornasari, Cesidio Lolli, Angela Lucinio, Leonardo Tantari, Anna Tribuzi.
Il punto di partenza è stata una domanda apparentemente semplice: si può immaginare ciò che è oltre la linea di vista?
La domanda nasceva dal luogo stesso. Le antenne paraboliche presenti nella base militare suggerivano una riflessione: in generale, una parabola satellitare funziona solo se esiste una linea diretta con il satellite. La condizione tecnica viene chiamata Line-of-Sight: la comunicazione è possibile soltanto quando il segnale può viaggiare senza ostacoli lungo una linea visibile.
La linea di vista è dunque una necessità tecnica. Ma può diventare anche una metafora. Indica un confine percettivo: ciò che vediamo e ciò che non vediamo. Ciò che è raggiungibile con gli occhi e ciò che può essere raggiunto attraverso altri strumenti.
Da qui sono nate altre domande: dov’è nel nostro cervello e corpo l’immaginazione? Come vive? Come cresce? Di cosa si alimenta? Che cosa chiamiamo fantasia? E che cosa chiamiamo creatività?

La formazione fantasiologica si è aperta con una breve esplorazione concettuale di tre parole che spesso utilizziamo come se fossero sinonimi: fantasia, immaginazione, creatività. Nella prospettiva fantasiologica ho provato a distinguerne alcune funzioni. La fantasia apre possibilità. Dice: potrebbe essere anche altro. L’immaginazione costruisce forme, crea configurazioni. La creatività sceglie, organizza, valuta, dà una direzione a ciò che è stato generato.
Il punto di partenza del mio laboratorio è stato proprio la parabolica, presente nel luogo. Un oggetto concreto che è diventato prima una domanda, poi una metafora, poi un oggetto per ascoltare e fare.
Il lavoro non è stato frontale. È stato piuttosto un attraversamento collettivo fatto di esempi, domande, osservazioni e deviazioni. Ci siamo soffermati soprattutto su una piccola parola, che ormai accompagna il mio lavoro di fantasiologo da anni: anche.
Una parola apparentemente modesta, ma per me una delle più importanti per la fantasiologia.
Anche apre tre porte. La prima: dice a noi stessi che una cosa può essere quella che è e può diventare altro. La seconda: permette di riconoscere il dato reale senza fermarsi lì. La terza: accoglie un altro punto di vista, un’altra possibilità, un’altra direzione, non necessariamente nostra.
La formazione ha preso successivamente una forma laboratoriale, iniziando da un gioco enigmistico, classico e perciò conosciuto. La scelta di un gioco riconoscibile serviva proprio a osservare una differenza: che cosa accade quando utilizziamo pratiche che già conosciamo? E che cosa accade quando entriamo in territori meno familiari, come mettere in gesto una parola o come nel gioco fantasiologico dell’astronave che sarebbe arrivato più avanti?
A partire dalla parola generatrice, parabolica, i partecipanti hanno iniziato a produrre altre parole e poi, lentamente, ho chiesto che la loro attenzione si spostasse dal significato al suono.
La parola ha smesso di essere soltanto qualcosa da leggere e comprendere. È diventata anche qualcosa da ascoltare. Dal suono, in cui ci siamo fermati abbastanza con riflessioni varie, siamo passati al gesto.
Abbiamo provato a chiederci: quale gesto contiene una parola? Che movimento suggerisce la sua sonorità? Che gesto fa la parola aria se ascoltiamo con attenzione il suono delle sue lettere? Che gesto fa alba? La “a” di aria e quella di alba generano lo stesso movimento oppure no? E quale suono producono le lettere dentro la parola barca? Sono suoni e movimenti soggettivi o condivisi?
In questa parte del lavoro è entrato il riferimento al fonosimbolismo: l’idea che possa esistere una relazione, che non è teoria ma traccia percettiva, tra caratteristiche sonore delle parole e immagini, sensazioni, movimenti e significati evocati.
Il suono non era più soltanto suono. Diventava anche forma. La parola iniziale era già diventata altro, mostrandoci i diversi funzionamenti visivi del nostro cervello e corpo.
A ogni partecipante ho dato poi una carta circolare, con matita. La carta serviva per scrivere, toccare, modellare ed era una piccola eco della forma delle paraboliche lì presenti. Nei miei esempi è stata piegata, strappata, modellata, bucherellata. Il foglio è diventato materia del pensiero.
Abbiamo sperimentato che fantasia e immaginazione non appartengono soltanto alla mente astratta o al gioco del fare finta ma attraversano il corpo e si fanno materia. E la creatività interviene come capacità di organizzare ciò che queste facoltà mettono in moto. Ma non c’è un rapporto gerarchico tra queste tre facoltà: sono complementari.
Quello che abbiamo capito è che fantasia, immaginazione e creatività sono nel cervello, ma sono anche nel corpo. Sono facoltà multisensoriali.
Durante il percorso ho presentato un oggetto ideato e costruito da me nei giorni precedenti: l’Abbecedario parabolico, chiamato anche astronave.
È un gioco fantasiologico tridimensionale realizzato con materiali di riuso: cartone, bastoncini del gelato, carta usomano. Successivamente ho dipinto sulla struttura, con colori acrilici, una geometria vagamente ispirata alle paraboliche presenti ad Allumiere. L’oggetto nasce come un archivio sensibile, in cui poi conservare gli oggetti tattili creati dalla manipolazione della carta circolare, e come un possibile diverso funzionamento visivo di una parabolica.

La forma circolare richiama l’antenna, ma nello stesso tempo richiama anche una certa idea collettiva di astronave: un veicolo capace di attraversare mondi, una specie di Millennium Falcon di Star Wars.
La mia astronave, però, non trasporta persone o merci. Trasporta un linguaggio in costruzione. Fatto di parole, gesti, oggetti simbolici, suoni. Trasporta il nostro linguaggio, quello che abbiamo sperimentato durante il laboratorio. Un linguaggio ancora da conoscere, da decifrare, da esplorare da altre prospettive.
L’astronave ci avrebbe portati proprio lì: oltre la linea di vista. Con tante domande e qualche risposta: questa è stata la nostra ricerca.
L’Abbecedario parabolico ha alcune tasche dove conservare gli oggetti tattili simbolici ottenuti dalla trasformazione della carta circolare. Di fatto sono piccoli dispositivi nati dallo studio sonoro e gestuale delle parole generate durante il gioco, quasi fossero prime lettere di un alfabeto sensibile.
Ogni oggetto tattile era associato a una precisa parola. Ogni piega, ogni strappo, ogni apertura fatto su carta aveva un motivo. Per esempio: quale forma può assumere per me (e per noi, in un contesto condiviso) la parola aria? Per scoprirlo bastava estrarre dall’astronave l’oggetto corrispondente alla parola aria – da scrivere sulla carta anche in Braille – posizionarlo sulla piattaforma dell’astronave, utilizzata anche come espositore, osservarlo, toccarlo, farlo suonare e rimettere in discussione ciò che sembrava già conosciuto.
L’Abbecedario parabolico è una macchina immaginativa. Invita a conoscere una parola, un suono, un gesto, un oggetto tattile. Non elementi separati ma parte di uno stesso processo creativo.

La parabolica e la mia astronave hanno la stessa forma, ma compiono movimenti opposti. La prima è legata a un limite tecnico: può ricevere il segnale soltanto quando esiste una linea diretta con il satellite. Non può funzionare oltre la linea di vista. La seconda, invece, nasce proprio per superare quel limite. È un oggetto fantasiologico che attraversa multiversi, che immagina ciò che non è immediatamente visibile. Il limite fisico dell’antenna diventa allora un contrasto necessario per far emergere la forza della fantasia, dell’immaginazione, della creatività. La domanda iniziale ritorna: si può immaginare ciò che è oltre la linea di vista? Sono partito dalla convinzione che sì. Da questa convinzione è nato il mio laboratorio.
Parola, tatto, suono e gesto non sono strumenti aggiuntivi alla comprensione. Sono modalità complementari attraverso cui costruiamo conoscenza. Conoscenza multisensoriale.
Durante la mia formazione ho cercato di mostrare come ripensare la didattica partendo anche dal corpo, valorizzando la pluralità dei canali percettivi e aprendo altre possibilità inclusive. Inclusività non significa rendere tutto più semplice ma trasformare i modi attraverso cui possiamo conoscere.

P.S. Ringrazio l’amica e prof.ssa Angela Lucinio per l’invito e per aver organizzato il convegno formativo in residenza, dove ho conosciuto persone sensibili e attente. Ringrazio il gioioso amico Fabio Fornasari per le visioni condivise. Ringrazio l’amica Daniela Morelli per aver partecipato come volontaria al test “oggetto tattile”.
