
Esattamente vent’anni fa usciva Fantasia della parola e dell’immagine (Ngurzu Edizioni). Il libro raccoglie un dialogo nato tra i banchi di una scuola primaria di Caiazzo, in provincia di Caserta.
Con quei bambini e bambine parlammo di fantasia, e insieme arrivammo a un pensiero semplice ma tutt’altro che ingenuo: la fantasia non è un’attività che ci concediamo mentre l’intelligenza è in pausa, né un lusso per soli artisti. È un lavoro. Continuo, che tiene in piedi il (nostro) mondo. Anche se quasi nessuno se ne accorge.
Ne uscì, in tre giorni, un dialogo acceso e divertente. Il senso comune relega la fantasia tra l’inutile e l’improduttivo, ma è la stessa logica che muove l’ingegnere mentre cerca una soluzione, l’avvocato quando intravede una via dove non c’era, il muratore che prima di alzare un muro già lo vede. Forse non la prendiamo sul serio proprio perché è dappertutto e le cose onnipresenti, a un certo punto, smettono di sembrare importanti.
Nel libro giocavamo soprattutto sul rapporto tra parola e immagine (mettere insieme le cose non per distrazione, ma per attenzione) e in mezzo facevamo passare la musica, il gesto. La fantasia sta anche nel corpo, non solo nel cervello.
Oggi non è la nostalgia a farmi tornare a quei giorni di Caiazzo, ma la consapevolezza che la fantasia è ancora in sofferenza (lo è da secoli!) rispetto a ciò che riteniamo essere più serio e va riconosciuta ogni volta nella quotidianità, praticata nel futuro. La si trova tra le mani che costruiscono, tra le parole che cercano, nei silenzi, nel caos, negli occhi che guardano, nel sapore delle cose. Nell’intelligenza artificiale.
La prova più bella di quei giorni vissuti insieme è che qualcuno di quei bambini, oggi adulto, mi ferma per strada a ricordare ancora di quelle lezioni.
Mi pare di aver capito, col tempo, che la fantasia rende il mondo più reale. E davanti a questo, sono ancora impreparato.
