Il Museo delle Allucinazioni è un luogo virtuale in cui le parole entrano dritte e le immagini escono di lato. La mia macchina è progettata per deviare.
Ho costruito l’algoritmo del Museo delle Allucinazioni seguendo parametri ispirati a modelli teorici dell’immaginazione, della fantasia e della creatività, insieme a regole nate nei miei giochi fantasiologici sviluppati nel tempo. Quello che ne risulta è un sistema che non cerca la corrispondenza immediata ma lo scarto. Scarto non è un’assenza di legame ma una bassa probabilità.
Il motore del mio Museo è testuale e semantico. Una parola entra, un’immagine semanticamente distante esce. Può sembrare un esercizio glitch, di randomness o catene di Markov per creare associazioni assurde, un esperimento surreale, dadaista, patafisico, e forse qualcosa di quei mondi c’è. La differenza che mi interessa è un’altra: ogni deviazione viene spiegata dalla macchina stessa, come commento al proprio processo. Non sono io che interpreto a posteriori. È la macchina che racconta il proprio processo di creazione. O che genera una narrazione coerente su di esso. La distinzione tra le due cose è parte del problema che il Museo esplora, non una premessa che risolve. Il Museo elogia le periferie del significato, comunque possibili!
Ora, se provo a mettere la parola “ombrello” nel Museo delle Allucinazioni mi aspetterei nell’immagine finale almeno una traccia riconoscibile: un manico, una cupola, la pioggia. Invece no, compare un “treno a vapore”. Si potrebbe tracciare un percorso: il metallo, la pioggia, il viaggio, un certo immaginario ottocentesco. La connessione esiste, ed è laterale, non immediata. E la macchina me lo spiega! È precisamente questo spostamento parziale, la deviazione ricostruibile in retrospettiva, il materiale che mi interessa.
Ecco una tra le possibili immagini che il Museo delle Allucinazioni genera dalla parola “ombrello (umbrella)” e che poi mi racconta (il processo lo analizzeremo a Salerno):

A un primo sguardo, allora, il risultato può sembrare un’allucinazione. Da dentro si mette in moto una logica che si autogiustifica. Quello che sembra un’allucinazione funziona come un resoconto. Ho istruito la macchina a deviare, ma non le ho dato un’unica strada: milioni. E allora è vero che lo scarto non è spontaneo ma diventa per me sorprendente. Ed è proprio il risultato di quella deviazione programmata il mio materiale di studio.
Quello che mi interessa non è il risultato estetico, ma il processo che lo scarto attiva: cognitivo, poetico. Il Museo delle Allucinazioni mi porta ad analizzare il mio processo creativo, quello della macchina, e quello del lettore che osserva lo scarto.
Ogni scarto generato è diverso e diventa qualcosa da conservare e provare a capire. L’ho chiamato Museo proprio per questo: perché le immagini generate possono essere raccolte, archiviate, esposte, interrogate. Con didascalia che descrive il processo creativo!
Rimane la domanda: la macchina spiega davvero il proprio processo creativo o genera una narrazione plausibile su di esso?
Proprio per esplorare, anche, questo confine tra spiegazione e narrazione, presenterò l’interfaccia del Museo delle Allucinazioni in anteprima a Salerno, in occasione dell’International Training Course dedicato ai rapporti tra fantasiologia e intelligenza artificiale.
Questa è un’immagine generata dalla parola “mare (sea)”:

