Navigo in rete per delle ricerche. Sfoglio le news del giorno e finisco per caso sulla pagina del Liceo Scientifico e Scienze Applicate “Galileo Galilei” di Erba. È una scuola che non conosco, ma la pagina aperta ha un titolo che attira la mia attenzione: Serate aperte al Galilei – “Einstein Telescope: osservare le onde gravitazionali dalla Sardegna.” L’algoritmo mi mostra questa notizia perché giorni addietro avevo fatto delle ricerche sulle onde gravitazionali.
Guardo la data dell’evento. 26 gennaio. Oggi.
Una data è una cosa seria. Ed è anche un gioco. Un gioco serio che, nel mio esempio, prova a collegare cose lontane.
Mi chiedo: può la data di oggi parlare di Einstein?
Non lo so ancora. Mi addentro nella questione per prove ed errori. Trasformo il numero in parole e scrivo: ventisei gennaio.
Prendo tutte le lettere di “ventisei gennaio”. Le mescolo. Le metto in fila. Le rimescolo. Le faccio incontrare. Ho in mente Einstein. Ed eccolo l’anagramma:
ventisei gennaio = giovane Einstein
A quel punto l’evento della scuola che richiama Einstein e la data di oggi trovano una connessione logica nella mia mente e si materializzano nel gioco dell’anagramma. Nel mio gioco, Einstein non è ancora un nome sui libri, né quello di un telescopio, ma un giovane curioso.
L’Einstein che nel 1916 predisse le onde gravitazionali era un giovane trentasettenne, uno scienziato che immaginava increspature dello spazio-tempo allora impossibili da osservare. Ci sono voluti quasi cento anni perché quelle onde venissero finalmente rilevate, nel 2015.
Il mio anagramma, nello stesso istante, collega una data presente (oggi, 26 gennaio) a uno scienziato del passato (un giovane Einstein) e a una ricerca del futuro (l’Einstein Telescope, oggetto della conferenza).
Le onde gravitazionali sono, in termini poetici, vibrazioni dell’universo. Il gioco dell’anagramma è una vibrazione delle parole, una risonanza semantica che fa incontrare eventi distanti.

