una conversazione fantasiologica
fantasia e immaginazione
di Massimo Gerardo Carrese
(pubblicata su "Il Bicicletterario", anno 2016)
per approfondire il tema si rimanda alla collana "I Saggi" di Ngurzu Edizioni


Fantasiologia: che cos’è?

Un percorso interdisciplinare interessato alle storie e caratteristiche della fantasia e dell’immaginazione nel vivere quotidiano, nella dimensione irreale e nelle discipline umanistiche, scientifiche, ludiche e artistiche. Si rivolge a tutti: curiosi, docenti, studenti, bambini, giovani, anziani. Per quanto insolito possa sembrare, la fantasia, l’immaginazione, la creatività si studiano, e da tempo: a esse si sono dedicati Platone, Aristotele, Dante, Antonio Ludovico Muratori e, più recentemente, Edmund Husserl, Bruno Munari, Italo Calvino, Gianni Rodari, per citare alcuni nomi. Filosofi, artisti e letterati ma anche psicologi, scienziati…e non solo uomini: in passato erano principalmente loro ad accedere agli studi ma la fantasiologia è anche donna e non solo un genere femminile nella forma grammaticale. Ai tempi, senza tuttavia escludere casi contemporanei, si credeva che fossero soprattutto gli uomini a possedere le qualità associate ora all’immaginazione ora alla fantasia. Le donne, spesso tra pregiudizi e ostacoli, hanno svolto e svolgono un ruolo decisivo nella storia dell’umanità, in vari ambiti e discipline e molti sarebbero i nomi da citare: Elefantide, Nadia Campana, Rosalind Franklin, Nina Simone, Elena Cattaneo, Tina Modotti, Melanie Klein, per esempio. Gli studi, giochi e ricerche condotti dalle donne, al pari di quelli degli uomini, contribuiscono a sviluppare l’inimmaginabilità, intesa soprattutto come la straordinarietà di un evento possibile. Il doverlo ricordare, ancora, oltre a raccontarci qualcosa sull’uguaglianza dei generi ci rivela aspetti del nostro immaginario collettivo. La fantasiologia si occupa anche di questioni sociali, del modo in cui le opinioni precostituite si scontrano con l’esperienza e la conoscenza diretta. Non è una disciplina nel senso tradizionale del termine piuttosto un modo di esplorare le due facoltà: fantasia e immaginazione (la creatività è per me un’abilità ma tralascio di approfondirla in questa intervista). Per quanto mi riguarda, cerco di procedere nell’esplorazione con dimostrazioni pratiche, esercizi, riflessioni, riferimenti bibliografici, analisi e organizzazione dati provenienti da ricerche sul campo, allo scopo di dare un riscontro alle mie idee e a quelle degli altri. Non disdegno gli aspetti legati al vissuto, cioè a esperienze non sempre traducibili in dati ma preferisco discutere soprattutto con evidenze alla mano e con esempi pratici per capire come agiscono la fantasia e l’immaginazione e in quali modi condizionano l’individuo e la collettività. Tra i tanti ambiti che la fantasiologia coinvolge, mi piace approfondire i temi della fantasia e dell'immaginazione legati alla Linguistica (studio del Linguaggio e della Lingua umana) e ai Giochi di parole (importanza scientifica e ricreativa del Gioco; possibilità ludiche, percettive e potenziali della Parola).


Qual è la differenza per te tra ‘fantasia’ e ‘immaginazione’?

È difficile spiegarlo in breve e solo a parole perché la fantasia e l’immaginazione si praticano, soprattutto. A grandi linee. L’immaginazione è la facoltà dell’azione, essa mette in movimento (in azione) le immagini che conserviamo nella nostra memoria e tali movimenti attivano relazioni vicine o lontane dallo stimolo di partenza. Relazioni logiche o bizzarre, dipende dal nostro progetto o grado di spensieratezza. L’immaginazione si accende da un’immagine, anche mentale cioè non proveniente necessariamente da uno stimolo esterno immediato. Così, un’immagine (che cosa sia un’immagine ancora oggi non è chiaro) entra in contatto con altre immagini che si collegano ad altre immagini e così via: l’azione, e la durata dell’azione, sono determinate dalla nostra curiosità, conoscenza e cultura di appartenenza. [N.B. l'autore, data la finalità dialogica dell'intervista, non fa una distinzione netta tra associazione e immaginazione che, invece, si trova qui e qui]. Ogni immagine è percepita dall’individuo in modo diverso: si vede con il cervello, non con gli occhi. La fantasia, invece, anziché muoversi per azione tra le immagini cerca dentro l’immagine, guarda nell’immagine, e lo fa per trovare in essa una possibilità, un’ipotesi, un potenziale. La fantasia è la facoltà del possibile, nel senso di intuizione (in-dentro e tuèri-guardare): le immagini (ogni singola immagine) della mente sono aperte per guardarci dentro, per ri-cercare al loro interno il potenziale. Quello che troviamo (si trova sempre qualcosa!) dipende solo da noi. Le immagini possono essere aperte in modo logico o illogico e, come per l’immaginazione, si correlano in base al nostro vissuto, conoscenza, cultura, finalità. Le immagini, in azione e quelle possibili, sono necessarie e inevitabili tanto per un progetto sociale quanto per una fantasticheria individuale. La fantasia guarda dentro, in profondità, il che non vuol dire complessità e originalità. L’immaginazione guarda fuori, in superficie, il che non vuol dire superficialità o riproduzione. In generale, l’immaginazione gioca con le immagini; la fantasia gioca nell’immagine. Da un altro punto di vista: l’immaginazione è attratta dal significato cioè dal concetto che veste un segno; la fantasia dal significante cioè dalla forma che denota un concetto. L’immaginazione e la fantasia non sono per me facoltà distinte (né sinonimi) ma complementari: entrambe giocano con l’immagine ma lo sguardo che rivolgono all’immagine è diverso. Azione e possibilità avvengono in veloce successione e non sempre è possibile identificarle in sequenza: mentre guardo in un’immagine faccio anche un’azione, e viceversa. Una creazione è sempre un risultato d’insieme, fatto di azione e possibilità. È difficile dire se avvenga prima l’azione o la possibilità: da una ricerca sul campo condotta qualche tempo fa verificai che l’immaginazione, per come sin qui intesa, è la facoltà che viviamo con maggiore spontaneità ed è quella che pratichiamo per prima perché lo stimolo-immagine si lega con rapidità alla nostra esperienza-memoria. Invece, sentiamo come più complessa la ricerca della possibilità perché ci apre a strade a noi sconosciute o poco esplorate.


Perché secondo te è importante studiare la fantasia e l’immaginazione?

Perché conoscerle e praticarle ci riporta a noi, a come siamo, alle nostre azioni e possibilità. Rispetto al passato, oggi abbiamo della fantasia e dell’immaginazione una conoscenza più approfondita da un punto di vista tecnico grazie al ricorso a vari tipi di strumentazioni, come la risonanza magnetica, e a specifici esperimenti e ricerche sul campo. Ciononostante, qualcosa continua a sfuggirci, il che è un bene perché ci stimola a fare meglio e a cercare di più ma spesso facciamo dell’approssimazione la regola. Fantasia e immaginazione sono più complesse di come impiegate nel linguaggio comune: frequentemente usate come sinonimi, nonostante le storie etimologiche e sociali delle due parole; descritte come qualità esclusive dei bambini; molte volte indicate solo come attività ricreative, di svago e di evasione dal circostante. Eppure c’è dell’altro, tanto altro e per intuirlo vi invito ad aprire un dizionario di filosofia alle voci “fantasia” e “immaginazione” per scoprirne aspetti sconosciuti o provate a chiedere alle persone: «Che cosa pensate della fantasia e che cosa dell’immaginazione? Per voi sono sinonimi?». La gran parte vi risponderà che i due termini racchiudono concetti diversi e proporranno motivazioni varie ma la cosa importante è che sono le stesse persone che fino a poco prima usavano le due parole come sinonimi e senza badare troppo al significato e al senso (e sono loro stessi a raccontarvelo!). Quando siamo chiamati a pensare alla differenza tra fantasia e immaginazione, anche con esempi, emergono sfumature, complessità di sensi e di significati che ci mettono dinanzi all’evidenza di quanto siamo approssimativi nel nostro vivere quotidiano. Questo è un aspetto che dimostro con esempi pratici durante i miei incontri ma il discorso vale per molti altri punti della nostra vita, non solo per quelli linguistici. Se poi l’approssimazione ci soddisfa ed è sufficiente al nostro benessere giornaliero e sapere, questo è un altro discorso. Nell’uso quotidiano, descriviamo la fantasia e l’immaginazione vicine a un mondo astratto, le valutiamo con vaghezza attribuendo a esse qualità utili solo a evadere dalla realtà circostante (ma che cos’è la realtà?), per allontanarci da ogni forma di concretezza, e raramente guardiamo a esse come a facoltà della mente che formano e condizionano ogni singolo aspetto del nostro modo di pensare, di sentire, di vivere, di concepire e costruire (o distruggere!) il mondo in cui viviamo. Tutti abbiamo fantasia, immaginazione, creatività. In forme diverse ma le diversità sono da intendersi come unicità: siamo diversi perché unici. Noi decidiamo come giocare con l’immagine, su che cosa concentrarci, se giocare più con l’azione e meno con il possibile, se fare solo poche relazioni o addentrarci a lungo in una o più immagini. Immaginazione e fantasia: l’una non esiste senza l’altra. Entrambe alimentano la conoscenza e la curiosità, ci permettono di creare cose nuove o di ri-creare percorsi già noti. A tal proposito: il nostro atteggiamento è spesso accomodante (parassitario, in molti casi) ed è molto più semplice ricevere/usare le azioni e le possibilità che arrivano dagli altri anziché ricercare il nostro sguardo e metterci in gioco. Fantasia, immaginazione, creatività ci dicono chi siamo e come siamo: compongono il mondo in cui viviamo, quello concreto e quello astratto, quello pubblico e quello privato. Dell’immaginazione e della fantasia, ne studio e ricerco le storie e le caratteristiche e ne divulgo gli aspetti in performance interattive a scuola, università e a tutti i livelli sociali.


Performance interattive?

Sì, le persone che partecipano ai miei incontri non ascoltano monologhi ma intervengono attivamente ai temi che espongo e che di volta in volta nascono dalla discussione, che spesso dura anche diverse ore. È durante l’interazione che accolgo e propongo esercizi, riflessioni, critiche, riferimenti bibliografici, dimostrazioni pratiche - che coinvolgono anche il corpo -, dati provenienti da ricerche su fantasia e immaginazione. È con l’interazione che si rafforzano la curiosità e la conoscenza. Agli incontri fantasiologici ci si confronta insieme. Performance vuol dire realizzazione di un evento che implica una forma di imprevedibilità, data dalla reazione delle persone e dal fatto che seguo un canovaccio. Non so mai bene quali sembianze assumerà l’incontro, che dipende in tutto dai partecipanti - e tra i partecipanti ci sono anch’io. Interattivo vuol dire stimolare al massimo con attività il coinvolgimento di chi partecipa alla performance. Qual è il mio scopo? Alimentare il dubbio, nel senso del verso dantesco «non men che saver, dubbiar m’aggrata» (Inferno XI, 93). M’impegno molto affinché le persone tornino a casa e sui luoghi di lavoro con più dubbi possibili perché il dubbio è sempre positivo: implica domande, incoraggia discussioni, tende a ricercare risposte, le quali aprono a nuovi dubbi. Il dubbio è per me una certezza: fonte primaria della curiosità, privilegio della conoscenza. Il dubbio di cui parlo è quello che nasce da un’analisi dati, che viene fuori da dimostrazioni pratiche, da esercizi, riflessioni, silenzi.


Qual è il ruolo del fantasiologo?

Io non insegno “fantasia e immaginazione”, né insegno come diventare creativi. Io educo alla fantasia, all’immaginazione, alla creatività. Nel senso etimologico di educare: conduco fuori quello che è già dentro in ognuno, non con una regola (metodo) data una volta per tutte ma con uno sguardo che si riflette con il luogo in cui siamo, con chi siamo in un dato momento, con il nostro progetto di vita o di lavoro…attraverso il gioco viene fuori quello che siamo. Da fantasiologo, provo a far sguardare le persone, con attenzione e interesse, con tutti i sensi e in tutti i sensi. Sguardare è parola rafforzata, forma poetica antica per guardare.


E la bici? Quanto è fantasiologica per te?

Negli ultimi tempi riesco ad andare poco in bicicletta ma per me resta un mezzo fantasiologico davvero speciale perché penso in un altro modo quando sono in sella. In bici ho un coinvolgimento sensoriale esclusivo con me stesso.


Un esempio di azione e possibilità con la bicicletta?

Mi viene da pensare a un esempio di tipo linguistico-visivo, certamente non l’unico praticabile. In questo caso, il mio approccio è di tipo linguistico e penso alla parola “bicicletta” che si lega in me a immagini (azioni) precise e sensate perché vedo la mia bicicletta… poi la persona incontrata tempo fa durante l’ultima pedalata… poi a quando forai, a quella volta che pioveva… a quando m’inseguiva un cane…. La mia immaginazione passa da un’immagine all’altra, in maniera logica, una logica soggettiva. La mia immaginazione con la parola “bicicletta”, in questo momento, non mi stupisce perché si compone di azioni che definirei normali - ho cercato di appuntare le immagini per come accadevano nella mia mente. A rileggerle non trovo nulla di straordinario ma se avessi continuato, forse sarei arrivato a qualche relazione bizzarra e stimolante. Vediamo che cosa accade con la fantasia. Resto nella dimensione linguistica e mi chiedo che cosa mi fa venire in mente la parola “bicicletta” non come significato ma come significante (questa non è l’unica via per sondare il possibile!), osservo dunque le lettere di cui si compone la parola. Inizio a disegnare, faccio vari tentativi di ricerca figurativa usando solo le lettere di “bicicletta”. Dopo varie prove…ecco, posso affermare che per me la “bicicletta” è tutte le cose dette prima ma anche una persona con un ciuffo alla Elvis Presley che saluta da dietro la finestra. Per quanto appena dichiarato, penso alle vostre reazioni e mi appunto le seguenti opzioni: a) mi credete sulla parola b) mi guardate con sospetto quando dico che per me la “bicicletta” è una persona con un ciuffo alla Elvis che saluta da dietro la finestra, non scherzo! c) mi guardate con sospetto quando dico che per me la parola “bicicletta” è anche una persona con un ciuffo alla Elvis che saluta da dietro la finestra, non scherzo! d) mi credete con riserva, cioè almeno fino a quando non vi dimostro quanto detto, una dimostrazione soddisfacente per entrambe le parti. I punti c) e d) sono quelli che preferisco. Anche e dimostrazione sono le parole chiave del mio lavoro. Nell’esempio ho ideato una dimostrazione visiva che al momento è soddisfacente solo per me perché non posso confrontarmi con un’altra persona ma unicamente con quanto realizzato. Il disegno creato è un gioco fantasiologico che chiamo “ortinto segno”. Quello in figura è il tipo alla Elvis, fatto di sole lettere della parola “bicicletta”. Questa immagine è il mio potenziale (non l’unico!) che risiede nella parola “bicicletta”. Sulle quattro opzioni prima indicate ci sarebbero molte cose da dire perché in esse rientrano temi come il senso comune, la creatività, la follia, l’immaginario collettivo, la cultura di appartenenza, il pregiudizio. N.B. Un altro esempio linguistico-visivo di fantasia è anche disegnare con le lettere della parola “bicicletta” proprio una bicicletta ma questo è un esercizio fantasiologico che lascio a voi.


Quale motivazione ti ha spinto ad accettare l’incarico di giurato per Il Bicicletterario 2016?

La curiosità di leggere la vita delle persone in relazione alla bicicletta.

Sappiamo della tua passione per gli anagrammi (in ambito enigmistico il tuo pseudonimo è Algernon). Ci regali un anagramma sulla bici per salutare i partecipanti e lettori?

Vi rivolgo una domanda, in forma d’anagramma: «MA VOI DE IL BICICLETTERARIO = …VEDIAMO… ABOLIRETE TRICICLI?»   




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